Verifico e apprendono

Oggi avevo messo una verifica di storia in quarta quasi a sorpresa. Ero molto arrabbiata con i ragazzi. Ho solo due pre a settimana e una al pomeriggio. Su 27 spesso ne ho in classe 5 o 6 al martedì, pomeriggio appunto. Non vengono. Così io che volevo interrogarli oralmente per abituarli al colloquio come dialogo e costruzione di senso in modo condiviso non ci riesco. non avrei mai avuto tempo per interrogare tutti. Quelli che vengono e quelli che non si fanno vedere, gli scomparsi del martedì. (Abito troppo lontano, ero stanco, non ne ho voglia sono le scuse solite).

Così un po’ impaurita  io stessa da questa mia versione cattiva ( non è da me) ho fissato una verifica scritta con scarso preavviso.

C’erano quasi tutti. E già mi hanno stupito. Due mi han detto : andrà male, mi prenoto per martedì per l’interrogazione, però han scritto.

Ho messo domande di collegamento e riflessione non le solite domande contenutistiche, difficili in effetti. Mi chiamavano spesso per spiegazioni o solo per accertarsi di aver compreso la domanda.

E’ successo che mentre davo spiegazioni ad uno, l’altro ascoltava e interveniva, e poi un’altro e così via. Alla fine chiedendo e chiarendo abbiamo lavorato in 40 minuti più che tutte le altre volte. Abbiamo affinato ragionamenti e concetti. Quelli che non parlano mai hanno parlato. Qualcuno si è reso conto che sapeva di più di quello che credeva. Mi sono davvero stupita. Praticamente la verifica si è trasformata in una vera occasione di didattica condivisa con domande toste ( tipo collegamento fra Congresso di Vienna, Società delle Nazioni e Onu, o il ruolo delle classe borghese nel XIX secolo) a cui ognuno ha provato a dare la sua risposta.

Puntare in alto conviene sempre.

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Quello che pensiamo noi.

Ri pubblico questo fantastico intervento dei ragazzi della scuola media dove insegna Silvia una mia amica e stimatissima collega. Altro che ministro Fedeli e comico(?) Ruffini. Io da ridere non ci ho trovato niente. Ne sanno di più questi 44 alunni di tanti che si arrogano il diritto di parlare a nome loro.

Laboratorio di parole

Caro Signor Ruffini,

siamo 44 ragazzi e ragazze di prima media. Negli ultimi mesi abbiamo partecipato ad un progetto intitolato “Generazioni Connesse” per imparare ad usare il web con la testa e per studiare in sicurezza anche sfruttando la rete. Abbiamo riflettuto sui rischi che corriamo quando siamo collegati in rete. Abbiamo analizzato il nostro comportamento quando siamo connessi. Abbiamo parlato di come tendiamo a esprimerci dentro e fuori dal web.

Ciascuno di noi ha poi scritto nel suo taccuino dello scrittore il Manifesto della comunicazione non ostile. La Prof non ha voluto darci la fotocopia. Ci ha obbligati a scriverlo forse perché dice sempre che scrivere è pensare su carta e così avremmo pensato di più al senso di quello che stavamo scrivendo.

Ieri eravamo tanto contenti di poter vedere la diretta streaming e siamo rimasti tanto sorpresi del fatto che uno dei rischi che corriamo quando siamo connessi…

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Voti e google

Mi piacerebbe affrontare il problema della valutazione una volta seriamente. In una bella discussione collegiale dove ciascuno dice cosa ne pensa e si sta a parlare tanto, magari si discute  ma ci si chiariscono le idee.

Io di idee ne ho poche e confuse. La valutazione mi angoscia spesso, e quando arriviamo in questo periodo provo a trovare il bandolo della matassa, ma spesso non ci riesco.

Mi si pongono davanti diverse situazioni.

Ad esempio si inizia a discutere di voti adesso, a maggio. E’ un po’ tardi. Ma prima? Perché non abbiamo affrontato il problema in corso d’anno, in dipartimento, analizzando le linee guida e ragionando su  cosa il ministero ci chiede. Perché non abbiamo provato a darci una linee comune? A pensare quale sia il significato da dare a questo termine? Io sono sincera faccio tanta fatica  a trovare una mappa o rotta da seguire. Ogni collega ha la sua risposta magari ragionata e giusta, ma penso che faremmo un buon servizio agli studenti se ci dotassimo di qualche punto fermo comune.

In secondo luogo: non credo che i voti siano la valutazione. Troppo semplice. Eppure lo stato mi chiede un valore numerico in cui riassumere una persona. Io lo  trovo difficile e anche ingiusto. E’ vero che è rassicurante per certi versi perché ciò che è misurabile esiste ed io non faccio altro che prenderne atto. Ma c’è un grosso problema. Io credo nella valutazione formativa. Se tutto si riduce alla media matematica si commettono spesso danni atroci e irreparabili. Io vorrei valutare un percorso e non solo delle performance. Vorrei usare parole e non solo numeri. Perché ogni alunno è unico e solo  io so che cosa ci sta dietro ad una sufficienza risicata o ad un’altra. So le fatiche fatte o non fatte, so di chi mi sono fidata e di non ho potuto, ho vissuto 9 mesi con i miei alunni. Ai ragazzi dico sempre che io non faccio le medie matematiche. Che per me contano tanto altri elementi: l’impegno, il progresso, la partecipazione. Tutto questo è scuola nella mia testa. Ma spesso mi capita, in certe classi, di vedere come questo cada nel vuoto perché loro stessi preferiscono i numeri di due /tre interrogazioni a quadrimestre, la media. Questo li esime da altri impegni, da altre richieste. Come succede i questi giorni: molti alunni non vengono più a scuola, saltano certe ore appositamente per non rovinarsi la media o per non dover affrontare l’interrogazione. Tanto poi  fra 15 giorni chi li trova più? Io mi avvilisco. Penso che devo aver fatto davvero male il mio lavoro se ho lasciato loro solo questo messaggio: venite  a scuola per la verifica, il voto  sul registro. Punto. Quanto a tutto il resto a che serve? C’è “google”! dice un mio alunno. E si rifiutano perfino di prendere appunti, tanto poi studio a  casa, magari mentre vado a ripetizione.

Altra situazione: le competenze. Ma se io devo insegnarle ( e devo) come posso valutarle così? Come posso richiedere un semplicistico ripetere di contenuti dati da me  o anche solo studiati dal testo? Io non credo di far bene il mio lavoro agendo in questo modo. Non dovrei costruire dei sentieri da percorrere insieme a loro, gli studenti, lasciando anche che ognuno ci aggiunga del proprio? Non dovrei fornire strumenti di lavoro, guidarli , indirizzarli verso un possesso e un riutilizzo di quanto appreso? Non dovrei quindi avere delle rubriche che mi aiutino a valutare, condivise con i colleghi e con i ragazzi?

Non so. Sono davvero confusa in questi giorni. Vedo bene chi merita di essere promosso e chi no ma spesso questo non coincide con il voto che dovrei loro attribuire se facessi un semplice calcolo matematico.

Ma magari potrei usare google anche io, che tanto, tutti lo sanno, sono una patita di tecnologia.

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La scuola che (voglio) vorrei

Io ho la mia idea di scuola. Ne ho una forte, chiara e ben piantata nella mia testa.

La articolerei intorno a questi punti cardine, non nuovi, né miei ma essenziali anzi vitali.

  • Il percorso deve essere sempre al centro del mio essere docente. Non una serie di obiettivi, o di contenuti o ancor peggio il programma ( brrrr). Un percorso di competenze che ogni studente deve acquisire e che io ho ben chiare nella mia testa. Devo insegnare ad essere lettori e scrittori. In tutti i modi che riesco e che mi vengono in mente. Non la storia della letteratura ma come leggerla, non il tema per la maturità ma tecniche e pratiche di scrittura, compiti autentici, reali, utili.
  • Devo considerare sempre al centro lo studente non il voto. Anzi proprio del voto mi devo interessare pochissimo. Fosse per me lo abolirei e lo sostituirei con un giudizio. O ne darei uno ma bello solido e pensato alla fine del percorso, se lo stato me lo impone. Un voto con dei descrittori precisi che non quantifichi ma se mai qualifichi. Che non induca lo studente a cadere nella trappoletta del “quanto mi da?” ma ci aiuti a ragionare su cosa so fare o potrei fare meglio.
  • Vorrei una scuola dove la professione docente fosse professione e non passatempo, riempitivo, modo per assicurarsi una pensione. La mia scuola deve avere un’ ideale alto da perseguire ( formare i giovani ditemi poco!) e docenti adeguati, preparati, motivati anche perché retribuiti equamente. Vorrei che la mia professione fosse tale, non scelta e non ripiego, ma nemmeno missione. Fosse un essere, un modo di stare nel mondo e di credere fortemente all’utilità del proprio lavoro
  • Vorrei una scuola senza libri inutili ma dove ciascuno facesse da sè il suo libro o ne facesse a meno. Nell’era del web3.0 è possibile. Vorrei inventare ogni giorno percorsi diversi per alunni e classi diverse soppesando argomenti, stili cognitivi, problematiche educative.
  • La mia scuola deve essere inclusiva. Deve preparare tutti per quello che ognuno può dare, non deve perdere nessuno per strada, deve recuperare non escludere, deve parlare di come far crescere anche chi fa fatica non di come punire quelli che non studiano.
  • La mia scuola deve avere un occhio forte  alla cittadinanza attiva. Insegnare con l’esempio e non esercitando un potere, ma deve essere maledettamente seria e rigida sulle regole del comportamento civile.
  • La mia ipotetica scuola deve basarsi sull’assoluta condivisione di ideali, scelte pedagogiche, educative e didattiche con il DS e i miei colleghi. Deve essere frutto di confronto e dibattito interno serrato e professionale e di ponderate scelte metodologiche condivise.
  • La mia scuola deve avere aule pulite e accoglienti senza disegni osceni sulle pareti che mi urtano tanto e mi offendono come donna.
  • La mia scuola deve essere aperta al mondo, alla vita in tutte le sue mille sfumature. Deve stare davanti , all’avanguardia del nuovo sapere condiviso dai media e dai Social non fare da retroguardia, stanca, spaventata, impreparata, chiusa nelle mura dorate di un sapere che non esiste più.
  • La mia scuola deve parlare al cuore degli studenti, cercare e sviluppare talenti, orientare nel mondo e nella vita. Deve indicare strade non precluderle, essere pronta a ricredersi, saper insegnare strumenti, scoprire passioni, dare un senso al nostro essere qui ed ora, al nostro camminare insieme con gli studenti e non contro di loro.

Ecco. Questa è la scuola che voglio ( vorrei).
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Immigrati per sognare immagini allegoriche

A ottobre ho conosciuto la seconda A. Un incontro fatale in molti sensi: 4 mesi da incubo. Tutto ciò che nessun insegnante vorrebbe mai avere nelle sue classi era tutto condensato fra quei banchi: maleducazione, insulti, liti, voce alta, nessuna voglia di lavorare, rifiuto di qualsiasi proposta didattica, nessun materiale mai, improperi, passività assoluta. Sembrava che niente li scalfisse. Rassegnati alla loro sorte. Mai disponibili a nessun dialogo educativo. Dei nemici: ecco li sentivo a me nemici. ed ero in effetti per loro una nemica. Una sensazione bruttissima. Ho pianto almeno due volte in classe. Nonostante i miei sforzi non succedeva nulla. Ho impostato non  so quante azioni didattiche diverse. Sembrava non funzionare nulla. A volte ho anche scritto sul registro “la classe si rifiuta di lavorare, non è possibile svolgere alcuna lezione”. Mi vergognavo molto di essere così disarmata, di non trovare una strada che li aiutasse a capire che potevano fare, se solo avessero voluto, e anche imparare molto. Che c’è bellezza nello studio e nella vita, basta cercarla.

In questo ultimo mese la seconda A è diventata mia classe d’elezione. Non li vorrei abbandonare mai. Non so cosa sia successo di preciso, forse nulla di speciale. A poco a poco hanno cominciato a vedere il senso del loro stare sui banchi. Certo non lo ammetterebbero mai, sono adolescenti, ma io lo percepisco.

Hanno scritto poesie bellissime e molto apprezzate da colleghi e altri studenti. Questo li ha resi consapevoli del loro poter fare. Hanno vinto un concorso con le loro poesie sulla Shoah. Questo ancora di più li ha fortificati. Hanno affrontato lo studio di Dante e tutti si sono fatti interrogare con buoni risultati. Hanno scritto racconti horror e si sono, ci siamo divertiti. In questi giorni hanno affrontato l’ Iliade perché sono uomini e volevano una storia di guerra. E’ incredibile come a loro piaccia. Vediamo il film Troy e confrontiamo scene e testo di Omero. Sanno perfino chi è Vincenzo Monti. Si preparano scalette insieme a me e le usano per le interrogazioni.

Discutiamo molto in classe e a volte ridiamo anche molto. Nessuno mi ha più preso in giro, come prima succedeva. Non mangiano più così spesso come facevano e non bevono coca cola nelle mie lezioni. Ci siamo accordati sulla consegna del cellulare. Me lo affidano quasi tutti. Chi non lo fa lo tiene in tasca.  (tranne uno) Un successo.  Ho chiesto loro perché non volevano studiare e mi hanno detto: ma nessuno ci voleva prof. Si vede che a lei piace stare con noi.

Adesso li ho convinti a studiare anche storia. Ho preparato brevi percorsi allegati al registro e puntato tutto sulle immagini: il volto di Giustiniano? Eccolo! Il mausoleo di Teodorico? E’ a Ravenna! Ma c’è anche Dante! Prof. a Ravenna c’è la cultura! Il Bosforo e i Dardanelli sono presto rintracciati sulla carta. E così via.

Li incito a esporre e loro ci provano. Li provoco sempre con domande difficili e loro dicono: “Ma siamo L’IPSIA!” prof.!” Mica il classico!”.

E così indagando ho scoperto che oltre ad avere di sé una immagine assolutamente negativa, nemmeno sapevano che cosa volesse dire l’acronimo della nostra scuola.

Allora li ho sfidati a farne uno loro e hanno creato questo: Immigrati per sognare immagini allegoriche. IPSIA. Dante insegna.

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IWT ovvero come è cambiata la mia vita professionale.

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E’ uscito Domenica su Robinson e io ne sono felice.  Un  articolo che parla di noi, del nostro gruppo IWT, di Jenny Poletti soprattutto, e delle altre colleghe che hanno cambiato la mia vita professionale.

Andiamo con ordine. Ho incontrato Jenny online nel 2012 quando ho iniziato a sperimentare la didattica con il digitale nella mia classe2.0. Cercavo in rete risorse. Ho fatto molti corsi on line e in uno di questi ho incontrato Jenny, il suo blog, la sua didattica. Un didattica di origine anglosassone e già di per questo da me amata per il suo pragmatismo: devo far apprendere datemi degli strumenti  di pensiero utili.

Li ho trovati. Seguendo lei e il metodo Atwell (Columbia University) ho imparato a far amare  scrittura e lettura, a costruire un vero laboratorio di apprendimento, a trascinare i ragazzi nel mondo delle parole lette e scritte.

La mia vita di docente non è più stata la stessa. Ho avuto da allora il doppio, triplo, quadruplo del lavoro forse, ma anche delle soddisfazioni.  I miei studenti hanno scritto di tutto, hanno vinto concorsi, hanno letto poesie ad alta voce per strada, hanno intervistato autori, hanno spedito a tarda notte testi alla qui presente perché li leggessi, hanno lavorato in estate spedendomi bozze da revisionare e testi da commentare. Un successo, vero.

Uno di quei successi che gli insegnanti non dimenticano. Perché il nostro lavoro, lungo, faticoso, poco capito, di tante piccole tappe, di tante ora passate a discutere e progettare lezioni insieme, ora dà i suoi frutti. Ora c’è la nostra pagina ufficiale su FB dove affluiscono ogni giorno nuove richieste di adesione. Ora di noi parlano sui giornali. Ora ci siamo ritrovate, tutte più o meno,  a Rimini a Didattiche 2016 per la conferenza di Jenny. Ora ragioniamo di corsi, di laboratori aperti, di documenti condivisi. Tutto sul web e tutto on line.

Molti non credono che il digitale possa cambiare la scuola e la didattica. Ma io ne sono l’esempio vivente. Ho cambiato modo di essere docente e di vivere la mia professione. Ho cambiato scuola anche  fisicamente perché la mia profonda riflessione mi ha portato lontano. Ho cambiato e continuerò a cambiare.

Ho scoperto un mondo di colleghe professioniste e professionali, competenti, agguerrite,  preparatissime, piene di idee e di ottimi consigli. Ho scoperto che si insegna imparando, che si apprende facendo, che la scuola è ancora viva nonostante tutti la diano per spacciata. Soprattutto ho avuto la conferma che dobbiamo abbattere il punto cruciale della scuola italiana: la esasperante e avvilente autoreferenzialità di quasi tutti noi.

Grazie IWT. Grazie, grazie grazie.

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Origini

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Abbiamo da poco terminato il laboratorio di teatro sociale  a scuola con l’associazione culturale T21 e i ragazzi migranti. Titolo: ORIGINI.

Ecco cosa ho pensato.

L’integrazione si fa con l’essere dentro alle stesse cose. Non si fa parlando. Si fa agendo. Siamo stati per sei ore tutti noi , docenti, operatori, fotografo, ragazzi migranti, studenti immigrati e non della mia classe tutti insieme a cercare di dare un senso a questa parola. Ci siamo mossi, spolverati, condotti, fidati, abbiamo disegnato, ricalcato sagome, riempite le sagome di parole, scattato foto. Abbiamo discusso, fatto metacognizione, analizzato il percorso.

Abbiamo anche riso, tanto. Scherzato, commentato, sofferto forse un po’.

La ricerca delle origini è un percorso importante per tutti, specie in adolescenza. Tutti veniamo da un qualche luogo geografico, fisico, dell’anima. Tutti. Riflettere e dare voce a queste idee è molto importante, specie nella mia classe, della mia scuola dove molti sono reduci da storie di  integrazione difficile, hanno ORIGINI scolastiche frastagliate e composite, hanno una visione della scuola come luogo non  di appartenenza ma di dovere obbligato. Tutti dicono che non vorrebbero venirci mai, ma poi sono sempre lì, più o meno traballanti nei loro difficili percorsi.

E così ci siamo messi a tirar giù parole, dopo aver liberato un po’ di tensione con qualche movimento del corpo ma anche del cuore. Parole non frasi intere, parole condensate e piene, come quelle della poesia. Finiremo infatti il lavoro con il laboratorio di poesia autobiografica già sperimentato nell’altra classe.

Marcello il nostro abile fotografo non aveva mai visti adolescenti da vicino, al lavoro. Certo adulti e adolescenti non si incontrano spesso fuori da scuola e quindi noi abbiamo un osservatorio privilegiato. Marcello, appunto, è rimasto stupito: da quanto siano belli, profondi, puri, seri o allegri nei momenti giusti.

Io lo sapevo già che erano così, ma ugualmente a rivederli nelle foto o a sentirli ragionare mi sono nuovamente stupita e commossa.

C’è ancora speranza per questa generazione, io ci credo. Faccio l’insegnante. Guai a me se non ci credessi.

(la foto è del bravissimo Marcello Campora che ringrazio ancora)

 

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Voti

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A scuola continuavano a chiedermi Che voto mi dà? C’è il voto? Ma conta per la media? Ed io mi arrabbiavo prima, mi rattristavo poi e mi arrabbiavo di nuovo. Con me, non con loro. E con questo sistema di insegnamento dove sembra che tutto passi per quel numero. Come lo acquisisci, cose c’è dietro, se ti serve, se è testimonianza di un apprendimento non interessa a nessuno. A molti colleghi in primis, ai genitori, anche se non tutti, agli alunni stessi.
Sono giorni che ci penso a questa idea del numero che mi salva dal debito e mi condanna, alle virgole delle medie matematiche, alle etichette. Avevo 6,99 prof…….non posso andare alla settimana delle eccellenze. Un obbrobrio alle mie orecchie.
Io, lo dico senza paura, a questa scuola non credo affatto e non voglio esserne partecipe. Anzi proprio io non sono quella scuola lì. La rifiuto a priori.
Non si può insegnare nulla a chi non vuole imparare. Facile a dirsi.Vero. Ma si fa venire “voglia” menando numeri per l’aria? Usandoli come arma? Quantificando ogni prestazione? Non ci credo. Si impara e si insegna con la passione. E un minimo di passione può nascere in tutti. Tutti.
L’apprendimento dice Joanson è sempre frutto di un ambiente significativo.
Come può essere significativo per un 16enne del 2017 leggere pagine da libro di storia ad alta voce senza spiegare? Come può essere significativo stabilire verifiche scritte a prescindere se tu sei stato presente o meno alle lezioni e darti 2 per poi farti recuperare con un’altra verifica scritta uguale? Come può essere significativo per uno studente compilare domande a risposta multipla o compilare schede e fare semplici somme di punteggi per arrivare a quel voto( per quasi tutti il magnifico 6) senza chiedersi a cosa serva? Senza mai fermarsi a riflettere sul senso dello stare a scuola perché c’è il “programma” da svolgere? (Che ormai non esiste più da anni ma nessuno pare se ne sia accorto).
Oggi in classe scrivevamo i nostri Idilli in prosa. Un testo difficile: unire descrizioni non banali a riflessioni come Leopardi usando tutte le tecniche di scrittura apprese fino ad ora.
E’ suonata la campana e i ragazzi i hanno chiesto di continuare. Prof…ormai ci siamo dentro non si può interrompere sto processo. Prof, lei cosa ne pensa? Prof questa parola va bene? Non mi convince. Prof ma secondo lei funziona? (lo dico sempre io) Prof. io ci ho provato… Prof. lo rifaccio da  capo non mi piace. Prof…ma secondo lei il titolo è adatto? E dunque giù a lavorare. Nessuno ha più chiesto del voto. Nessuno. Sanno ormai tutti che io valuto un processo di apprendimento dietro ad una performance.
L’ora di storia è passata senza accorgersene e nello share time per la prima volta A. ha voluto condividere il suo lavoro ad alta voce perché era convinto che ne valesse la pena. Tante correzioni prof io non le avevo mai fatte!  Ho visto perfino le ripetizioni.
Questa è la scuola che voglio io. Dove si va alla ricerca di un senso. Si scrive e si impara perché ha senso. Si condivide perché ha senso. Il programma può attendere per adesso. Adesso anche chi non ha mai scritto nulla ha detto stamane “Ho finito una facciata, mai successo.!”
I voti ci saranno e saranno tutti maggiori di sei. Lo immagino già.

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La scuola come altro da sè.

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E’ tutta la settimana che rifletto su quello che vedo intorno a me, nella scuola. Dalla lettera dei 600 alla settimana delle eccellenze, a quelli, eccellenze o meno, che non riescono ad esprimere una opinione personale su un verso di una canzone, che non trovano in un testo anche semplice, un legame con la loro vita, che non sanno discutere se non urlando o dicendo parole grosse. Mi guardo attorno spaesata. Lo ammetto.

Una volta ho detto che ho deciso di cambiare didattica perché non sopportavo più che gli alunni passassero ora guardare fuori dei vetri della finestra la vita vera. Cosa che evidentemente continuano a fare. Non riusciamo a insinuare in loro il dubbio che qualcosa di quello che è o fa la scuola li riguardi da vicino, sia anzi indispensabile. La scuola è sempre altro dalla vita e la vita è fuori. Le eccellenze  della settimana seguono e percepiscono  dibattiti meravigliosi per loro appositamente organizzati come se fossero altro  dalle lezioni (preferisco stare in classe a fare niente mi ha detto un alunno).  E’ vero sono altro in effetti. Come un corpo estraneo cresciuto stranamente dentro un organismo che invece ogni giorno si occupa di altro.

Alessandro Barricco disse in un famoso dibattito televisivo a chi gli rimproverava di difendere i giovani “fannulloni” che la scuola mette troppa distanza tra il fare e la soddisfazione del fare.  Verissimo. Non si può amare, né appassionarsi, né trovar gusto in qualcosa di cui non si percepisce l’utilità o la bellezza e che si dice si debba imparare perché un giorno (non si sa quando) ti servirà. Non c’è apprendimento senza motivazione e la motivazione nasce dalla passione . Chi non trasmette passione non insegna. Chi non prova passione, anche poca, per un breve lasso di tempo, non impara.

E allora io mi chiedo tutti i giorni questo:  sono convinta che Dante serva? Sì. Sono convinta che occorra una volta nella vita leggere Leopardi? Sì. Sono convinta che tutti, dico tutti, abbiano diritto alla bellezza? Sì. Dunque prendiamo questi studenti e troviamo un modo di far intuire loro che questa bellezza, queste parole, la nostra lingua, sono anche esse parte della loro vita. Non si fa amare la scrittura con la grammatica e paradossalmente non si impara la grammatica con la grammatica. Questo oramai è assodato dalla ricerca di anni di studi. Occorre trovare un modo diverso.

Quale? Io credo ci sia solo una via: quello che tento di insegnare deve essere in qualche modo significativo per chi lo deve apprendere. Significativo vuol dire dotato di un senso. Forte, possibilmente, magari imprescindibile. O magari poco e nascosto ma deve rivestire un senso. Altrimenti perderemo in qualche anno tutti questi studenti, gli apprendimenti appiccicati per le interrogazioni cadranno nel dimenticatoio sempre più i fretta, i 600 continueranno a lamentarsi che i ragazzi non sanno scrivere. Per forza, alla fine scrivono poco, pochissimo, e solo e quasi sempre per finta. Senza pubblico, senza scopo, senza un contesto di compito autentico. Senza una pratica di scrittura reale o realistica; senza un amore della lettura che non sia obbligata non si correggono gli ha senza acca e gli accenti mancanti.

Saltiamo sto muro e colmiamo sto fosso. Basta con il noi e il loro, questi ragazzi abbiamo davanti e con questi dobbiamo lavorare. E se per farli scrivere e riflettere su limite e possibilità degli umani devo usare Jovanotti insieme a Leopardi, lo faccio, come stamane, senza alcun pregiudizio, alla faccia di che vuole solo teste ben piene  e delle teste ben fatte non sa che farsene.

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Alzare l’asticella

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Mi hanno proposto di partecipare al concorso Aned sulla Shoah. Ho detto di no. Con quale delle mie classi mai potrei avvicinarmi ad un tale tema? Nessuno in effetti dei ragazzi ama o sa scrivere ad un certo livello, la storia per loro è solo il nome di una materia (noiosa) per lo più incomprensibile. Pochi dei miei studenti studiano nel senso che i miei colleghi di scuola superiore danno a questo vocabolo. Quasi nessuno alla parola “concorso” manifesterebbe un qualsiasi tipo di entusiasmo. Sì, ho affrontato con tutte le classi la giornata della memoria, ma un concorso serio è altra cosa.

Altra cosa, appunto. Altra cosa. Ho pensato e riflettuto. E poi un’ illuminazione. Altra cosa appunto. E’ di altre cose che ho bisogno per motivarli, per farli crescere, per svegliare in loro un lumicino, una fogliolina verde, tenera da coltivare e far germogliare. Alziamo l’asticella, mi son detta. Proviamo.

Ho scelto la classe più difficile, per disciplina ma soprattutto per l’interesse inesistente,  per la fatica con cui mi fa lavorare, per i volti scocciati, tristi, vuoti di fronte a qualsiasi proposta di lavoro, di dialogo. Ragazzi persi direbbero i più. Con la testa nel cellulare o china sul banco, il cappuccio sul capo e il buio nel cuore. Quelli che non hanno mai fogli né penne, quelli per cui mi pare di lavorare sulla sabbia. Ho scelto loro come una sfida. Per me, ma anche per i ragazzi stessi.

Scriveremo poesie, lo abbiamo già fatto e qualcosa in loro si è smosso. Scriveremo delle donne nei lager. Stiamo raccogliendo materiale, selezionando fonti, ammucchiando immagini, compilando schede.

Non so cosa ne uscirà fuori, come sempre quando inizio un percorso.Forse nulla. E’ il bello del mio mestiere. Però so che i miei alunni se lo meritano. Si meritano la mia fiducia, la mia energia e le mie idee. Si meritano che io alzi l’asticella e li consideri degni di fare ed eccellere in qualsivoglia tipo di attività. Già guardano i video delle testimonianze con altri occhi. Alcuni chiedono, altri fanno osservazioni acute. Non vogliono partecipare. Solo in pochi han detto sì. Ma non importa. Scriveranno lo stesso e poi vedremo.

Mi son chiesta se mettere orrori davanti a chi ha già spesso una vita difficile sia giusto.  Propongo atrocità cercando di non usarle per stimolare semplice curiosità, ma pensiero nel senso socratico del termine. Aggiungerò forse dolore a dolori che si portano dietro neanche troppo nascosti? Ma non è forse appunto così che si può crescere, condividere un peso, affrontando l’idea che il male è esistito ed esiste ma che noi umani siamo  più di ciò o altro? Non è alla fine questo un percorso di speranza? Al momento non lo so e non ho risposte. So che scriveremo di sicuro, che i loro occhi già un po’ si sono illuminati, poi si son subito spenti, ma un po’ hanno brillato.

“Magari vinciamo anche il Nobel!”ha detto H. quando ho fatto loro notare che già avevano poetato e con discreto successo.

“Non sono i fatti a sconcertare gli esseri umani, ma i loro giudizi intorno ai fatti.” Epitteto.

Con questa idea in testa mi accingo ad uno dei miei soliti azzardi didattici.

 

 

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