« Uova e parole vanno maneggiate con cura »

Il verso é di una meravigliosa poesia di Anne Sexton. Sulle parole. Continua così:”Una volta rotte non si possono riparare”. L’ho scelte perché in questi giorni in classe sto maneggiando parole. Per meglio dire sto aiutando i ragazzi ad entrare dentro un libro ( meraviglioso ) per trovare le parole di Gabriele Clima che ne è l’autore. E anche per trovare le loro parole, quelle nascoste, che nemmeno sanno di sapere. E sono tante.

Andiamo con ordine. Il libro è “La stanza del Lupo”. Racconta di rabbia. Di una rabbia ingestibile di un adolescente, pieno di vita e di pensieri potenti, ma sommerso dalla rabbia. Lo soffoca ‘sta rabbia. Lo assale, lo travolge.

Quanti miei alunni sono così? Tanti. Hanno dentro così tanta frustrazione che spesso non hanno altro strumento che spaccare con un pugno la parete dell’aula ( che è di carton gesso). Oppure la vedono la rabbia. In famiglia spesso, fra gli amici, a scuola. Ma non hanno parole per capirla e per difendersene.

Ho imparato che i libri servono per nominare le cose, anche quelle che non conosci. Così quando le hai nominate puoi parlarne, puoi affrontarle e vincerle se è il caso.

Leggere ad alta voce il libro di Gabriele in classe sta facendo miracoli. Occhi che spuntano da sotto i cappucci delle felpe di quelli che di solito dormono. Domande a non finire. Ipotesi sul senso. Previsioni sullo sviluppo. Organizzatori grafici completati e arricchiti in autonomia. “Ma prof… per me Nico qui…” “Ma prof… in casa mia..” “Ma prof… Leo che amico è? ” e via di seguito.

Attendono con ansia la puntata successiva. E ogni giorno mi chiedono :” Leggiamo?”. Perché l’uomo è da sempre un essere narrante e da lì dobbiamo ripartire per ridare senso al nostro modo di affrontare lettura e letteratura. Trovare parole. Ascoltare parole. Usarle sul quaderno per raccontare di sé. Produrne di nuove per interpretare il mondo dal tuo punto di vista. Maneggiarle con cura. Imparare ad usarle per non far male e non farsi far male dalle parole degli altri.

Grazie a Gabriele che ha scritto questo libro per noi di seconda B meccanici necessario.

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La fatica di scrivere

Scrivere è faticoso. Molto faticoso. Non per me, ma per i miei studenti. Il pensare su carta comporta sempre una presa di posizione prima, nei confronti del mondo e di te stesso.

Quando nonostante gli attivatori, gli albi , gli inviti, i mentor text letti e riletti mi trovo D. Che dice:” Non c’è la faccio, non sono in grado, non sono capace” mi chiedo dove io abbia sbagliato.

È un errore tenere così tanto alla scrittura?

È un errore pensare che se non sai scrivere, ti mancherà sempre un pezzo, uno strumento, un potere nella vita?

Io non lo so. So che credo nelle parole e che sia quelle che leggo che quelle che scrivo sono una forma di empowerment della mia persona. Non posso negarlo ai miei alunni. Non devo. Lo stato mi paga per questo: insegnare a leggere e scrivere.

Ma cosa fare con chi guarda il foglio bianco, tira su il cappuccio della felpa e poi china la testa sul banco? Cosa fare?

Non lo so. Non ho le soluzioni. Occorre accettare che una parte di loro non scriva né scriverà mai. Verissimo.

Elena mi dice sempre: non siamo Dio, non li salvi tutti.

E poi? Mi arrendo così? Rinuncio?

Mai stata quel tipo di persona o docente. Per ora, ho questa piccola strategia: vado vicino e sfioro la spalla. Scriverai domani. Oppure dico: dimmi cosa vorresti dire e scrivo io, per ora. Oppure li lascio disegnare la loro storia, fare schemi, fumetti e scritte. A volte tutto magicamente confluisce in un miracolo. Magicamente. Perché io non mi riconosco nessun merito . Come in questa poesia di Andre, oggi rapper famoso, che dopo una lunga lotta di mesi a colpi di sguardi cattivi e parolacce mi ha consegnato questo :

Vengo da dove l’ascensore è rotto, sempre, per 12 mesi all’anno.

Vengo dalle case popolari dove il cielo è sempre buio.

Vengo dalle bocciature gli anni persi a scuola.

Vengo dai treni con i senegalesi senza biglietto.

Vengo dalla strada dalla periferia.

Vengo da mia madre dalla sua forza.

Vengo dai portafogli senza denaro.

Vengo dall’acqua benedetta della chiesa dove sono cresciuto.

Vengo dai vicoli di Genova dalle vie strette e buie.

Vengo dal 24 luglio 1999, l’anno in cui sono nato.

Vengo dai piatti dei miei la cucina del mio paese.

Vengo dalle fughe stancanti dalle guardie.

Vengo da una infanzia difficile

di traslochi e di fatica.

E da allora l’ho amato, per sempre.

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Taccuino?

Sono da tanto tempo una IWT. E una sostenitrice del taccuino da sempre. Io ne ho sempre avuti di miei anche prima, in tempi non sospetti. Quando insegnavo alle medie era per me un imprescindibile strumento di lavoro. Ma.

Ma all’istituto professionale dove lavoro ora io NON lo uso. Noi non lo usiamo. É stato impossibile e più ci rifletto più sono convinta di aver fatto bene. Non avremmo potuto gestirlo come va gestito. Non avrei potuto curarlo come mi sarebbe piaciuto e ho sempre fatto. Sarebbe stata un’occasione sprecata.

Il taccuino é il luogo in cui osservare il mondo. Uno strumento che introduce lentezza. Lentezza nello scorrere veloce del tempo, nel dare spazio al pensiero su carta, nello stimolare li studente ad annotare da scrittore sulle letture. É il luogo dove si ripongono semi di lavori futuri, territori che vanno accuditi e annaffiati. I miei studenti non possono farlo. L’ho capito dopo la prima settimana.

Se non sai perché sei nel mondo e “dove sei girato”, un taccuino non ti aiuta, anzi. Pretenderlo sarebbe stato infliggere loro l’ennesimo ” compito” scolastico mal sopportato e non svolto. Sarebbe diventato presto carta straccia dentro al cestino in classe, dove spesso finiscono le mie fotocopie o i miei materiali. Il taccuino esige un ordine anche mentale. L’ordine non si può imporre. Si deve insegnare nel tempo forse. Io non me la sono sentita. Vigliaccamente mi sono detta che non potevo farcela, e ho rinunciato. Piuttosto che sprecare tempo per costruire un oggetto così prezioso ma incomprensibile ai miei studenti che é già molto se raggiungono la scuola alle otto e entrano dal portone, ho rinunciato.

Ma. Ma abbiamo un quaderno. Il quaderno per eccellenza. Il quaderno della prof. Minuto. Su quel quaderno c’è tutto. C’è storia non separata dalla lettura e dalla scrittura, ci sono gli attivatori, ci sono i territori, ci sono i quick write, le citazioni. Fino a poco tempo fa c’erano anche espressioni di matematica ed esercizi di inglese. É da poco tempo che ho ottenuto che il quaderno sia uno solo, per noi. Molti ancora lo perdono. Molti non lo hanno nemmeno comprato. L’ho portato io. Come la pinzatrice, le forbici, la colla, i pennarelli e ovviamente le penne. Però ci scrivono ogni giorno.

Ogni giorno, come oggi, incolliamo schemi di mini lesson, ci attiviamo per metterci alla prova, scriviamo dal nostro leggere. Ogni giorno condividiamo negli ultimi 5 minuti i nostri lavori sulle tecniche apprese, sugli esperimenti fatti. I ragazzi crescono. Crescono e capiscono piano, piano. Non ho ritirato con costanza il quaderno / taccuino. Ma ne ho guardati tanti. A volte emozionandomi a volte procurandomi nervosi memorabili. I miei studenti sono capaci anche di questo. Sono scrittori a loro insaputa, lettori profondi ma sprovveduti, apprendisti del mondo come della meccanica da officina.

Sono soddisfatta della mia scelta. Imporre non é il mio stile e non avrebbe portato risultati. I quaderni della seconda sono sotto mia custodia in sala docenti, accuditi amorevolmente da due volontari. Quelli delle altre classi dimorano negli zaini, quando ci sono. Si materializzano all’occorrenza e sono pieni di scarabocchi e disegni a margine. Tipo indovinello veronese, diciamo. Dai contenuti un po’ diversi, meno agresti, ma molto più realistici. Sono tutti maschi. Che posso pretendere?

Li amo lo stesso, perché sono così.

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Quattro mani per sei ore.

In agosto, nel caldo pugliese di Bisceglie, ci siamo trovate io e Grazia, Grazia ed io. Due docenti appassionate, due teachers del gruppo IWT.

Non credo al caso. Credo ai disegni nascosti e ai puntini che si uniscono.

Io e Grazia ci siamo trovate, come si si suol dire. Due puntini che si sono unti ma, come dice il mio amato Jova, “ma visti da lontano”. Da vicino in realtà due colleghe, due amiche, due colate di lava che scorre ma non brucia, fertilizza.

Con un albo in mano, quaderno, pc, testi sacri abbiamo iniziato a lavorare.

A mano a mano le idee prendevano forma.

L’iniziativa e l’illuminazione l’ha avuta lei: uniamo in un unico grande progetto le quattro ore di italiano e le due di storia. Ricaviamo più tempo per i ragazzi e per sperimentare. Perché quattro più due in realtà è più di sei. Se si progettano percorsi di senso e si studia per bene, sei ore diventano anche il doppio, nella resa didattica.

Che ci accomuna? La stessa tipologia di istituto, la stessa classe. Ma non solo. Un modo unico di vedere il nostro lavoro e di “sentire” i nostri studenti. Quella fatica del fare quotidiano che chi lavora in un professionale ben conosce. Quel voler sfidare un modo stantio di stare dietro la cattedra (dove in realtà né io né lei stazioniamo), quell’esigenza grande di fare la differenza, per i ragazzi e per noi.

Stiamo per iniziare la nostra avventura. [Sabina, 27 agosto 2018]

Ragionare su sei ore settimanali anziché su quattro ha dato respiro al nostro progetto e ci ha condotte a ragionare sulla cultura del Novecento nel suo insieme. Io e Sabina ne abbiamo discusso a lungo, abbiamo scelto autori e percorsi, sacrificato testi che amiamo pur di rispondere alle esigenze reali dei nostri ragazzi. L’esperienza di Sabina (IWT da molti anni) è stata fondamentale per riportare all’interno di una struttura rigorosa le nostre idee, a prima vista anarchiche. La comune formazione storico-artistica, la mia passione per la fotografia e la possibilità di incontrarci e lavorare insieme hanno fatto il resto.

Siamo partite da una domanda inevitabile: in che modo far convivere storia e letteratura in un percorso unitario? Ampliando il laboratorio. Al laboratorio di scrittura (che punta alla non fiction, dall’espositivo al saggio breve, passando per il testo argomentativo) e al laboratorio di lettura (che prevede la lettura di albi illustrati, articoli di quotidiani, racconti e testi poetici del ‘900), abbiamo affiancato quello che propongo di chiamare “laboratorio visuale”. Si tratta di guidare i ragazzi nella lettura di opere d’arte, fotografie, video documentari, e di ricavare da questo lavoro le informazioni da utilizzare nel laboratorio di scrittura per l’elaborazione di testi.

I nostri ragazzi non sono in grado di padroneggiare un intero “programma” di storia o di letteratura; ci è sembrato perciò sensato puntare al lavoro induttivo: partire dalle fonti – iconografiche e letterarie in particolare – per ricostruire i contesti, lasciando emergere le conoscenze pregresse degli studenti e la loro dimestichezza con le immagini.

Le attività del laboratorio visuale sono strutturate secondo l’impostazione del WRW e prevedono l’immersione nelle opere presentate, la loro analisi attraverso il modeling e l’uso di organizzatori grafici, la condivisione delle analisi realizzate e la produzione di testi scritti; quest’ultimo passaggio consente di far confluire il laboratorio visuale in quello di scrittura (far realizzare audiovisivi non è un nostro obiettivo, per quest’anno, ma non è escluso che lo diventi in futuro). In questo modo, i ragazzi costruiranno, nel corso del tempo, un proprio “quaderno di testo” che racchiuderà le informazioni essenziali sugli argomenti affrontati durante l’anno scolastico.

Ad anno scolastico da poco avviato, posso affermare che le novità sono state ben accolte e che i miei studenti appaiono coinvolti e motivati. Lo stesso posso dire di quelli di Sabina, con cui mi confronto quasi quotidianamente. Ho il vantaggio, rispetto a lei, di insegnare in classi che già conosco e che hanno già lavorato con me (dall’anno scorso già nello “spirito” del WRW, ma non ancora nel rigore del metodo), e che quindi si fidano anche quando porto in classe un albo illustrato: mi accolgono con un “professorè, oggi lavoriamo su un libro per bambini?”, ma poi si lasciano coinvolgere.

La difficoltà maggiore che intravedo è tenere insieme tutti i fili perché i ragazzi non si sentano disorientati. Questa, al momento, mi sembra la vera scommessa. E per non perderla, torno, torniamo subito al lavoro. ( Grazia, 23 settembre 2018]

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Storia in una pagina

Maria Aprosio mi ha aiutato tanto in questa impresa. L’idea era nata per condensare quick write di lettura, appunti sul taccuino del lettore e idee del laboratorio di lettura in un solo foglio grande, ben suddiviso e organizzato. Disegnando e scrivendo organizzo pensiero. Scrivere è pensare su carta.

Una grande idea che si presentava così

La rappresentazione grafica qui sopra ( forse di un’altra IWT) è potente. Io credo tanto nei graphic organizers , li uso sempre perché riescono a motivare alla riflessione e al pensiero anche gli alunni più difficili.

Poi ho pensato che potessimo fare lo stesso percorso in storia. Learning by doing, insomma. Ho assegnato alla classe un argomento: “l’eredità della cultura greca oggi” e l’abbiamo suddiviso in sotto argomento, a coppie. Ho consegnato una scheda di lavoro e lasciato l’uso del cellulare. Ho preparato e una rubrica di valutazione è una check list dopo aver discusso con i ragazzi su cosa avrei dovuto valutare.

Ho anche scritto con loro alla lavagna la traccia per l’esposizione del loro lavoro. Una buona parte era metacognizione guidata.

Sono rimasta sorpresa. Ho ottenuto qualcosa da tutti. Anche da quelli che faticano e non vogliono mai lavorare. Ho portato ovviamente fogli, pennarelli, colla, colori e tutto il resto. Se no sarebbe stato impossibile. Ma qualcosa è saltato fuori.

Ora penso passeremo ai libri del laboratorio di lettura. Tutto sommato una esperienza che ripeterò.

Grazie Maria

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La vertigine della lista

Discutevo proprio pochi giorni fa sull’utilità delle liste nel taccuino dello scrittore e su come siano esse preziose per elencare e trovare territori di scrittura.

Oggi Matteo Biagi, in un articolo invece, affronta altro genere di liste: quelle di libri da leggere nelle o per le vacanze.

Io le odio, queste liste. Mi stanno antipatiche e non le ho mai sopportate. Ora si perché: perché sanno irrimediabilmente di scuola. Ma di scuola in senso vecchio e un po’ stantio. Io non do alcuna lista di libri da leggere. Abbiamo letto tutto l’anno, in classe con il WRW e ora è arrivato il tempo del raccogliere. Chi ha trovato qualcosa forse proseguirà. Fra i titoli che circolano in classe, mia letti prima, forse troverà il suo. O forse deciderà di non leggere. E andrà bene così. Ho già fatto tanto credo. Ho messo libri in mano a tutti nel mio laboratorio e ora ne traiamo i risultati. Se vorranno un amico di carta potranno consultarmi per telefono. Lo sanno. Se vorranno leggere ancora io sono a disposizione per titoli e titoli.

Ma non per fornire liste. Che ci dovrebbero fare? I miei studenti tanto difficili e tanto generosi? La lista sa di obbligo e se poi rimane lettera morta diventa un’occasione sprecata, un poter essere che non si realizza. Invecchierebbe subito e passerebbe fra le mille cose della scuola da archiviare. Io credo che saranno lettori e leggeranno, con tempi e modi ora a me ignoti.

Credo anche di dover tollerare che possano non leggere. Ma di tentare sempre di avvicinarli alla lettura. Oggi parlando di Chris e di Gordie oramai amici del cuore di tutti, le riflessioni sull’amicizia e la scuola e la vita sono uscite potenti dal libro. Connessioni con il mondo, con loro stessi, con altro testi.

Chi ha assaporato tutto ciò magari amerá ritentare l’avventura. Se no pazienza. Ci rivedremo l’anno prossimo. Con i libri e le storie e le parole e i personaggi. E leggeranno, anzi leggeremo.

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Portfolio e consulenze

Stiamo elaborando il portfolio per l’esame di qualifica professionale. Il nostro portfolio é online e in queste ultime giornate di scuola ci stiamo dedicando alla revisione. Rivedere “is a hard job”. Di solito fra le pratiche di scrittura che affrontiamo la revisione é la più odiata dai ragazzi. Non capiscono perché farla, non conoscono la resistenza che la buona scrittura richiede. Non hanno nessuna esigenza di rivedere probabilmente perché io non sono in grado di spiegarlo per bene.

Dovrei fornire maggiori tecniche di revisione, é vero. E anche motivarli maggiormente.

Oggi però correggendo insieme alla Lim il portfolio dei compagni c’era un vivo interesse ed una vera esigenza di mettere le cose a posto. In primo luogo é servito a loro tantissimo vedere come io agivo in diretta sulle parti da correggere o rivedere scritte dal compagno. Dopo pochi minuti, tutti hanno cominciato a trovare soluzioni e sperimentare proposte.

In secondo luogo credo sia la migliore lezione di revisione ortográfica mai fatta. Le regole ( poche) che ho ripetuto oggi di nuovo sono sicura che resteranno. ( monosillabi accentati ad esempio). L’insegnamento era in situazione. E quando uno ha capito e chiede chiarimenti su una parola simile ma dalla grafia diversa vuol dire che ci siamo.

In ultimo ho fatto davvero consulenze mirate alla revisione. Cosa che di solito mi riesce difficile fare. In un’ora scarsa abbiamo rivisto due lavori per intero con la collaborazione di tutti e consigli per migliorare e revisionare. Piccoli passi sulla strada IWT: piccoli passi, grandi speranze.

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Le parole per dirlo

Quando siamo arrivati alla fine del percorso sulla “memoria”, ho deciso che i miei studenti dovevano anche provare l’arduo compito del dire come la pensavano sub ciò che abbiamo letto. Credo sia importante per loro. Credo anzi che la letteratura e la lettura abbiano proprio questo grande dono: stimolare connessioni continue alla vita e fornire strumenti per “viverla”.

Il percorso fatto è stato lungo: dagli anni 70 e quindi dalla nostra memoria collettiva e storica, al concetto di memoria in fisica e informatica, ai testi letti che io ho scelto, ai ricalchi, alle attivazioni sensoriali, a brani di film.

In letteratura ho proposto 4 testi: due poesie di Montale, un albo illustrato, una parte ( breve) della “Coscienza di Zeno”.

Ci siamo appassionati al correlativo oggettivo. I ragazzi lo hanno ritrovato in tutti i testi. E ne hanno elaborato uno loro.

Poi però volevo scrivessero. La scrittura come processo è uno dei miei obiettivi nel Writing Workshop: dunque ho elaborato una tabella di lavoro che li ha condotti a raccogliere idee e a rielaborarle.

A quel punto il passo successivo è stato “scrivere” cioè, come loro sanno bene, pianificare idee, organizzarle e stenderle su carta. Pensare su carta. E qui ho visto il miracolo.

Ho fornito loro un mentor text, un testo modello, il mio. Hai un bel dire “scrivi” tu che hai in testa il come ( ammesso che quel come sia corretto, ma questo è un altro discorso). Se uno quel COME in testa, per svariate ragioni, non ce l’ha, non può scrivere. Si scrive di quello che si sa ( sempre) ma anche con gli strumenti che si hanno.

Quindi, come faccio spesso, io fornisco un testo modello, in questo caso mio, che prima analizziamo insieme, nella struttura non nei contenuti.

Ho consegnato e scritto alla lavagna una rubrica di valutazione con domande chiave. Nella terza riga della tabella ho scritto ” domandati se ti sei sforzato di inserire idee tue o hai solo copiato dalla prof”.

E i ragazzi si mettono a lavorare, a scrivere. Ragazzi di tutto il mondo, pensate, dal Marocco al Bangladesh, all’Albania alla Romania, all’Egitto, all’Italia, ovviamente. Manutentori meccanici che scrivono sulla memoria in letteratura, con semplicità, ma con impegno. Le teste sui fogli, il silenzio. Il mio mentor text come guida. Davanti la loro bozza. E come sempre io mi aggiro fra i banchi e faccio consulenze. E loro mi chiedono. ” Come posso dire questa cosa?” “Come posso sostituire questa parola?” “Va bene prof.?” “Non riesco a proseguire, mi aiuta?” e via di questo passo. Alla ricerca delle loro parole, della loro voce.

Mi chiama con un cenno E. “Prof! Io voglio scrivere che il correlativo oggettivo che mi ha emozionato di più è il secchio. Come lei. Perché mi ricorda l’infanzia. Ma non voglio copiare… è vero.”

Ecco qua. Che posso dire dei miei studenti? Che posso dire quando ciascuno di loro fa l’operatore e manutentore anche delle parole? Che posso dire se non che scrivere per me è sempre questo?

Ho visto sui loro volti la fatica del lavoro, la ricerca del vocabolo, di quel vocabolo giusto per quel testo. Non la voglia di copiare da me, ma il desiderio di trovare un modo proprio per uscire da un compito che, ammetto, è stato complesso.

Hanno ancora due sedute di laboratorio per revisionare e consegnare. Non so che risultati finali mi troverò davanti. Sono già soddisfatta così, comunque. Le teste sul foglio, la fatica, il silenzio. Grazie ragazzi. Grazie 3B.

Qui i loro ricalchi iniziali.

Made with Padlet
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Poverina

Michele Serra ci ha da poco insegnato come ignoranza e maleducazione siano appannaggio di una classe sociale da lui chiamata “i poveri” e come questa classe iscriva i suoi figli a scuola negli istituti professionali. Ci ha appena detto che quindi gli atti di violenza contro i docenti sono normali in questi istituti perché appunto dai “poveri” frequentati. Nei Licei invece, sempre secondo Serra, dove i poveri non ci vanno, tali atti non ci sono, non esistono.

Alcuni giorni dopo la benemerita prof.ssa Mastrocola ci illustra che ci vuole la giusta punizione per questi poveri e maleducati. E dice pure che manca l’autorità che, a suo giudizio, garantirebbe il rispetto dovuto alla nostra categoria, quello che c’era una volta prima dell’avvento del web e dei social. La bella scuola di una volta. Poi tutto è andato perduto.

Poveri, autorità, punizione.

Parole che non hanno nulla a che vedere con il mio modo di stare a scuola e con la scuola che vedo io.

Sì, sono una “poverina”. Così mi ha detto una collega quando ha saputo che io avevo ottenuto il ruolo alle professionali, appunto. Ignorava la collega che nell’elenco delle scuole di mia preferenza figurava per primo proprio quell’istituto. Io ho scelto dunque di lavorare deliberatamente nella scuola dei poveri e dei maleducati.

In secondo luogo lavoro in quell’istituto dove secondo tutti i media e la prof.ssa Mastrocola si svela l’inghippo : la mancanza di AUTORITÀ dei docenti. E dove, sempre a suo dire, quindi, occorre punire.

Non so se la sig.ra Mastrocola abbia mai varcato la soglia di un istituto professionale, il sig. Serra sicuramente no. A parte questo piccolo particolare, dopo tre anni di difficile lavoro ( perché è difficile, a prescindere) posso affermare però quanto segue.

I miei studenti sono maleducati ? Sì a volte, non sempre e non con tutti i docenti. Sono più maleducati e violenti di quelli di altri istituti? No, nella maniera più assoluta. Anzi. Per la mia esperienza sono quelli che sbottano e urlano ma poi chiedono scusa, che ti rincorrono nei corridoi per farlo, che per strada non si girano altrove per non salutarti. I miei studenti sono veri. Quello sì. Non fingono. Se ti devono dire qualcosa lo dicono. A volte sguaiatamente. Ma poi si ragiona e tutto finisce lì.

“Eh” mi dicono “fai presto tu… non tutti i docenti sono come te!”. Vero. Infatti non è affatto questione di autorità ma di autorevolezza. E quella purtroppo o ce l’hai o devi cambiar mestiere. È dura a sentirselo dire, ma è così. Non è l’autorità che manca ( non a me che l’ho sperimentata in quella scuola che tanti rimpiangono) ma l’autorevolezza. E non c’entra nulla il web. O meglio c’entra se mai come assente, grande assente. Non si tiene la vita fuori dalla scuola, se non a rischio che questa muoia, appassisca da sola e secchi.

La parola punizione mi fa rabbrividire. Punire. Io devo insegnare, mostrare vie, cercare bellezza, sviluppare pensiero critico. Non punire. Non lavoro in un riformatorio. Il mio compito è educare, condurre fuori da ognuno il meglio. Chi ha subito punizioni sa che non educano mai.

Ho lavorato anche altrove, ma ho scelto di stare qui, fra i barbari. A me piacciono i miei ragazzi. Mi piacciono le viti storte ( come dice Recalcati), non mi sento vittima di nessuno. Mi sento spesso sola questo sì. Ma questo è implicito nel mio lavoro. Spesso soli e mal ricompensati, forse proprio perché quelli come Serra e la Mastrocola ci fanno un cattivo servizio.

La scuola deve guidare il progresso, stare davanti, non dietro. Davanti con solide radici, ma davanti. Non servono punizioni. Serve il mondo con la sua complessità e le sue sfide. Il mondo di cui noi non dobbiamo mai avere paura.

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Imparare a leggere

Imparare a leggere. Non insegnare. Io parto dal presupposto che tutto si può imparare. L’attitudine dell’uomo è naturalmente l’apprendimento. Tutti possono quindi imparare a leggere perché leggere non è una capacità innata, come parlare o camminare.

Occorre esercitarsi ed essere circondato da adulti che leggono e condividono con te il piacere della lettura. Chambers lo dice nel suo libro (“Il lettore infinito”) e come lui molti altri.

Allora io provo a far capire ai ragazzi che fra di loro si nascondono lettori, potenziali lettori forti, lettori appassionati, lettori scrupolosi, lettori per la vita. Che anche loro possono ( e devono) trovare la loro Reading zone.

In prima meccanici sto facendo così:

  • Ho prima iniziato a costruire una comunità di studenti, non di lettori. Studenti che diventeranno lettori. Ho creduto che avrebbero letto e che potevamo farcela.
  • Ho iniziato con gli albi illustrati, con un percorso graduale di avvicinamento e accerchiamento
  • Ho praticato tantissima lettura ad alta voce, graduale ma ricorsiva. Prima albi, poesie ( una alla settimana) poi una graphic novel, poi racconti sempre più lunghi.
  • Da poco ho introdotto la lettura individuale in classe.

Nonostante le mie aspettative traballanti, sta andando benissimo. Nessuno protesta. Anzi. Vogliono leggere tanto. Vogliono continuare. Abbiamo iniziato con 5 minuti ( perché io ero preoccupata) ma già il primo giorno eravamo a 14. Adesso 30 minuti e oggi se io non li avessi interrotti avrebbero continuato. Ma c’era il tempo della condivisione. Non possiamo farne a meno.

I libri si consultano e passano a volte di mano. Alcuni hanno trovato cosa fa per loro. Altri ancora no. Nel mio trolley di 40 libri devo aggiungere altri titoli forse. I “post it” crescono fra le pagine. I graphic organizers vengono ripresi dal quaderno.

E, cosa più incredibile, c’è silenzio, un silenzio assoluto e inspiegabile.

Stiamo elaborando un cartello da mettere sulla porta. Non entrate, stiamo leggendo.

Una delle scommesse più forti e azzardate della mia vita, sta per essere vinta.

Sono felice.

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