Storia in una pagina

Maria Aprosio mi ha aiutato tanto in questa impresa. L’idea era nata per condensare quick write di lettura, appunti sul taccuino del lettore e idee del laboratorio di lettura in un solo foglio grande, ben suddiviso e organizzato. Disegnando e scrivendo organizzo pensiero. Scrivere è pensare su carta.

Una grande idea che si presentava così

La rappresentazione grafica qui sopra ( forse di un’altra IWT) è potente. Io credo tanto nei graphic organizers , li uso sempre perché riescono a motivare alla riflessione e al pensiero anche gli alunni più difficili.

Poi ho pensato che potessimo fare lo stesso percorso in storia. Learning by doing, insomma. Ho assegnato alla classe un argomento: “l’eredità della cultura greca oggi” e l’abbiamo suddiviso in sotto argomento, a coppie. Ho consegnato una scheda di lavoro e lasciato l’uso del cellulare. Ho preparato e una rubrica di valutazione è una check list dopo aver discusso con i ragazzi su cosa avrei dovuto valutare.

Ho anche scritto con loro alla lavagna la traccia per l’esposizione del loro lavoro. Una buona parte era metacognizione guidata.

Sono rimasta sorpresa. Ho ottenuto qualcosa da tutti. Anche da quelli che faticano e non vogliono mai lavorare. Ho portato ovviamente fogli, pennarelli, colla, colori e tutto il resto. Se no sarebbe stato impossibile. Ma qualcosa è saltato fuori.

Ora penso passeremo ai libri del laboratorio di lettura. Tutto sommato una esperienza che ripeterò.

Grazie Maria

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La vertigine della lista

Discutevo proprio pochi giorni fa sull’utilità delle liste nel taccuino dello scrittore e su come siano esse preziose per elencare e trovare territori di scrittura.

Oggi Matteo Biagi, in un articolo invece, affronta altro genere di liste: quelle di libri da leggere nelle o per le vacanze.

Io le odio, queste liste. Mi stanno antipatiche e non le ho mai sopportate. Ora si perché: perché sanno irrimediabilmente di scuola. Ma di scuola in senso vecchio e un po’ stantio. Io non do alcuna lista di libri da leggere. Abbiamo letto tutto l’anno, in classe con il WRW e ora è arrivato il tempo del raccogliere. Chi ha trovato qualcosa forse proseguirà. Fra i titoli che circolano in classe, mia letti prima, forse troverà il suo. O forse deciderà di non leggere. E andrà bene così. Ho già fatto tanto credo. Ho messo libri in mano a tutti nel mio laboratorio e ora ne traiamo i risultati. Se vorranno un amico di carta potranno consultarmi per telefono. Lo sanno. Se vorranno leggere ancora io sono a disposizione per titoli e titoli.

Ma non per fornire liste. Che ci dovrebbero fare? I miei studenti tanto difficili e tanto generosi? La lista sa di obbligo e se poi rimane lettera morta diventa un’occasione sprecata, un poter essere che non si realizza. Invecchierebbe subito e passerebbe fra le mille cose della scuola da archiviare. Io credo che saranno lettori e leggeranno, con tempi e modi ora a me ignoti.

Credo anche di dover tollerare che possano non leggere. Ma di tentare sempre di avvicinarli alla lettura. Oggi parlando di Chris e di Gordie oramai amici del cuore di tutti, le riflessioni sull’amicizia e la scuola e la vita sono uscite potenti dal libro. Connessioni con il mondo, con loro stessi, con altro testi.

Chi ha assaporato tutto ciò magari amerá ritentare l’avventura. Se no pazienza. Ci rivedremo l’anno prossimo. Con i libri e le storie e le parole e i personaggi. E leggeranno, anzi leggeremo.

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Portfolio e consulenze

Stiamo elaborando il portfolio per l’esame di qualifica professionale. Il nostro portfolio é online e in queste ultime giornate di scuola ci stiamo dedicando alla revisione. Rivedere “is a hard job”. Di solito fra le pratiche di scrittura che affrontiamo la revisione é la più odiata dai ragazzi. Non capiscono perché farla, non conoscono la resistenza che la buona scrittura richiede. Non hanno nessuna esigenza di rivedere probabilmente perché io non sono in grado di spiegarlo per bene.

Dovrei fornire maggiori tecniche di revisione, é vero. E anche motivarli maggiormente.

Oggi però correggendo insieme alla Lim il portfolio dei compagni c’era un vivo interesse ed una vera esigenza di mettere le cose a posto. In primo luogo é servito a loro tantissimo vedere come io agivo in diretta sulle parti da correggere o rivedere scritte dal compagno. Dopo pochi minuti, tutti hanno cominciato a trovare soluzioni e sperimentare proposte.

In secondo luogo credo sia la migliore lezione di revisione ortográfica mai fatta. Le regole ( poche) che ho ripetuto oggi di nuovo sono sicura che resteranno. ( monosillabi accentati ad esempio). L’insegnamento era in situazione. E quando uno ha capito e chiede chiarimenti su una parola simile ma dalla grafia diversa vuol dire che ci siamo.

In ultimo ho fatto davvero consulenze mirate alla revisione. Cosa che di solito mi riesce difficile fare. In un’ora scarsa abbiamo rivisto due lavori per intero con la collaborazione di tutti e consigli per migliorare e revisionare. Piccoli passi sulla strada IWT: piccoli passi, grandi speranze.

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Le parole per dirlo

Quando siamo arrivati alla fine del percorso sulla “memoria”, ho deciso che i miei studenti dovevano anche provare l’arduo compito del dire come la pensavano sub ciò che abbiamo letto. Credo sia importante per loro. Credo anzi che la letteratura e la lettura abbiano proprio questo grande dono: stimolare connessioni continue alla vita e fornire strumenti per “viverla”.

Il percorso fatto è stato lungo: dagli anni 70 e quindi dalla nostra memoria collettiva e storica, al concetto di memoria in fisica e informatica, ai testi letti che io ho scelto, ai ricalchi, alle attivazioni sensoriali, a brani di film.

In letteratura ho proposto 4 testi: due poesie di Montale, un albo illustrato, una parte ( breve) della “Coscienza di Zeno”.

Ci siamo appassionati al correlativo oggettivo. I ragazzi lo hanno ritrovato in tutti i testi. E ne hanno elaborato uno loro.

Poi però volevo scrivessero. La scrittura come processo è uno dei miei obiettivi nel Writing Workshop: dunque ho elaborato una tabella di lavoro che li ha condotti a raccogliere idee e a rielaborarle.

A quel punto il passo successivo è stato “scrivere” cioè, come loro sanno bene, pianificare idee, organizzarle e stenderle su carta. Pensare su carta. E qui ho visto il miracolo.

Ho fornito loro un mentor text, un testo modello, il mio. Hai un bel dire “scrivi” tu che hai in testa il come ( ammesso che quel come sia corretto, ma questo è un altro discorso). Se uno quel COME in testa, per svariate ragioni, non ce l’ha, non può scrivere. Si scrive di quello che si sa ( sempre) ma anche con gli strumenti che si hanno.

Quindi, come faccio spesso, io fornisco un testo modello, in questo caso mio, che prima analizziamo insieme, nella struttura non nei contenuti.

Ho consegnato e scritto alla lavagna una rubrica di valutazione con domande chiave. Nella terza riga della tabella ho scritto ” domandati se ti sei sforzato di inserire idee tue o hai solo copiato dalla prof”.

E i ragazzi si mettono a lavorare, a scrivere. Ragazzi di tutto il mondo, pensate, dal Marocco al Bangladesh, all’Albania alla Romania, all’Egitto, all’Italia, ovviamente. Manutentori meccanici che scrivono sulla memoria in letteratura, con semplicità, ma con impegno. Le teste sui fogli, il silenzio. Il mio mentor text come guida. Davanti la loro bozza. E come sempre io mi aggiro fra i banchi e faccio consulenze. E loro mi chiedono. ” Come posso dire questa cosa?” “Come posso sostituire questa parola?” “Va bene prof.?” “Non riesco a proseguire, mi aiuta?” e via di questo passo. Alla ricerca delle loro parole, della loro voce.

Mi chiama con un cenno E. “Prof! Io voglio scrivere che il correlativo oggettivo che mi ha emozionato di più è il secchio. Come lei. Perché mi ricorda l’infanzia. Ma non voglio copiare… è vero.”

Ecco qua. Che posso dire dei miei studenti? Che posso dire quando ciascuno di loro fa l’operatore e manutentore anche delle parole? Che posso dire se non che scrivere per me è sempre questo?

Ho visto sui loro volti la fatica del lavoro, la ricerca del vocabolo, di quel vocabolo giusto per quel testo. Non la voglia di copiare da me, ma il desiderio di trovare un modo proprio per uscire da un compito che, ammetto, è stato complesso.

Hanno ancora due sedute di laboratorio per revisionare e consegnare. Non so che risultati finali mi troverò davanti. Sono già soddisfatta così, comunque. Le teste sul foglio, la fatica, il silenzio. Grazie ragazzi. Grazie 3B.

Qui i loro ricalchi iniziali.

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Poverina

Michele Serra ci ha da poco insegnato come ignoranza e maleducazione siano appannaggio di una classe sociale da lui chiamata “i poveri” e come questa classe iscriva i suoi figli a scuola negli istituti professionali. Ci ha appena detto che quindi gli atti di violenza contro i docenti sono normali in questi istituti perché appunto dai “poveri” frequentati. Nei Licei invece, sempre secondo Serra, dove i poveri non ci vanno, tali atti non ci sono, non esistono.

Alcuni giorni dopo la benemerita prof.ssa Mastrocola ci illustra che ci vuole la giusta punizione per questi poveri e maleducati. E dice pure che manca l’autorità che, a suo giudizio, garantirebbe il rispetto dovuto alla nostra categoria, quello che c’era una volta prima dell’avvento del web e dei social. La bella scuola di una volta. Poi tutto è andato perduto.

Poveri, autorità, punizione.

Parole che non hanno nulla a che vedere con il mio modo di stare a scuola e con la scuola che vedo io.

Sì, sono una “poverina”. Così mi ha detto una collega quando ha saputo che io avevo ottenuto il ruolo alle professionali, appunto. Ignorava la collega che nell’elenco delle scuole di mia preferenza figurava per primo proprio quell’istituto. Io ho scelto dunque di lavorare deliberatamente nella scuola dei poveri e dei maleducati.

In secondo luogo lavoro in quell’istituto dove secondo tutti i media e la prof.ssa Mastrocola si svela l’inghippo : la mancanza di AUTORITÀ dei docenti. E dove, sempre a suo dire, quindi, occorre punire.

Non so se la sig.ra Mastrocola abbia mai varcato la soglia di un istituto professionale, il sig. Serra sicuramente no. A parte questo piccolo particolare, dopo tre anni di difficile lavoro ( perché è difficile, a prescindere) posso affermare però quanto segue.

I miei studenti sono maleducati ? Sì a volte, non sempre e non con tutti i docenti. Sono più maleducati e violenti di quelli di altri istituti? No, nella maniera più assoluta. Anzi. Per la mia esperienza sono quelli che sbottano e urlano ma poi chiedono scusa, che ti rincorrono nei corridoi per farlo, che per strada non si girano altrove per non salutarti. I miei studenti sono veri. Quello sì. Non fingono. Se ti devono dire qualcosa lo dicono. A volte sguaiatamente. Ma poi si ragiona e tutto finisce lì.

“Eh” mi dicono “fai presto tu… non tutti i docenti sono come te!”. Vero. Infatti non è affatto questione di autorità ma di autorevolezza. E quella purtroppo o ce l’hai o devi cambiar mestiere. È dura a sentirselo dire, ma è così. Non è l’autorità che manca ( non a me che l’ho sperimentata in quella scuola che tanti rimpiangono) ma l’autorevolezza. E non c’entra nulla il web. O meglio c’entra se mai come assente, grande assente. Non si tiene la vita fuori dalla scuola, se non a rischio che questa muoia, appassisca da sola e secchi.

La parola punizione mi fa rabbrividire. Punire. Io devo insegnare, mostrare vie, cercare bellezza, sviluppare pensiero critico. Non punire. Non lavoro in un riformatorio. Il mio compito è educare, condurre fuori da ognuno il meglio. Chi ha subito punizioni sa che non educano mai.

Ho lavorato anche altrove, ma ho scelto di stare qui, fra i barbari. A me piacciono i miei ragazzi. Mi piacciono le viti storte ( come dice Recalcati), non mi sento vittima di nessuno. Mi sento spesso sola questo sì. Ma questo è implicito nel mio lavoro. Spesso soli e mal ricompensati, forse proprio perché quelli come Serra e la Mastrocola ci fanno un cattivo servizio.

La scuola deve guidare il progresso, stare davanti, non dietro. Davanti con solide radici, ma davanti. Non servono punizioni. Serve il mondo con la sua complessità e le sue sfide. Il mondo di cui noi non dobbiamo mai avere paura.

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Imparare a leggere

Imparare a leggere. Non insegnare. Io parto dal presupposto che tutto si può imparare. L’attitudine dell’uomo è naturalmente l’apprendimento. Tutti possono quindi imparare a leggere perché leggere non è una capacità innata, come parlare o camminare.

Occorre esercitarsi ed essere circondato da adulti che leggono e condividono con te il piacere della lettura. Chambers lo dice nel suo libro (“Il lettore infinito”) e come lui molti altri.

Allora io provo a far capire ai ragazzi che fra di loro si nascondono lettori, potenziali lettori forti, lettori appassionati, lettori scrupolosi, lettori per la vita. Che anche loro possono ( e devono) trovare la loro Reading zone.

In prima meccanici sto facendo così:

  • Ho prima iniziato a costruire una comunità di studenti, non di lettori. Studenti che diventeranno lettori. Ho creduto che avrebbero letto e che potevamo farcela.
  • Ho iniziato con gli albi illustrati, con un percorso graduale di avvicinamento e accerchiamento
  • Ho praticato tantissima lettura ad alta voce, graduale ma ricorsiva. Prima albi, poesie ( una alla settimana) poi una graphic novel, poi racconti sempre più lunghi.
  • Da poco ho introdotto la lettura individuale in classe.

Nonostante le mie aspettative traballanti, sta andando benissimo. Nessuno protesta. Anzi. Vogliono leggere tanto. Vogliono continuare. Abbiamo iniziato con 5 minuti ( perché io ero preoccupata) ma già il primo giorno eravamo a 14. Adesso 30 minuti e oggi se io non li avessi interrotti avrebbero continuato. Ma c’era il tempo della condivisione. Non possiamo farne a meno.

I libri si consultano e passano a volte di mano. Alcuni hanno trovato cosa fa per loro. Altri ancora no. Nel mio trolley di 40 libri devo aggiungere altri titoli forse. I “post it” crescono fra le pagine. I graphic organizers vengono ripresi dal quaderno.

E, cosa più incredibile, c’è silenzio, un silenzio assoluto e inspiegabile.

Stiamo elaborando un cartello da mettere sulla porta. Non entrate, stiamo leggendo.

Una delle scommesse più forti e azzardate della mia vita, sta per essere vinta.

Sono felice.

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Come Eugenio

IMG_6766Il mio lavoro mi dona davvero grandi sorprese. Abbiamo iniziato il laboratorio di teatro sociale con Sara riflettendo sulla memoria e su cosa essa sia per noi. Un laboratorio stimolante, “in tutti i sensi.”

Abbiamo lavorato bendati con tanti pezzetti  di vita davanti. Una magia che può fare solo Sara che viene a scuola con l’acqua di mare e le pietre in un barattolo, i plasmon, il muschio del bosco, i rami di pino, le caramelle gommose, la camomilla e la menta. Tutti, tanti, oggetti stimolatori di ricordi.

E dopo averli riconosciuti da bendati, abbiamo elaborato i nostri ricordi e scritti sul taccuino. I ricordi del “corpo”, dell’olfatto, del tatto. C’era silenzio, non troppo, fra le esclamazioni stupite di quando uno  riconosceva qualcosa di noto, ma da tempo dimenticato.

Poi io ho lavorato su Montale come vedete qui sotto. Ho ripreso mini lesson dell’anno scorso ( sul correlativo oggettivo) e ho parlato ( brevemente) del poeta Eugenio che faceva una scuola tecnica ma scriveva poesie da premio Nobel.

Ed ecco che esce  la potenza del WRW. Ricalchiamo Montale per parlare di noi. Svelati i meccanismi. tutti, ma proprio tutti scrivono. E non si accontentano di quello che viene, discutono parole, versi lunghi o brevi, ritmo, scelgono vocaboli. Non ho mai visto tanta attenzione. “Scagliare” è meglio di “gettare” perché suona “più duro, “nella valle” si aggiunge perché se no il verso è troppo breve e cade il ritmo. Il palloncino è rosso nel ricordo ma meglio tanti che pochi, lo metto plurale.

E poi quello che mi ha più colpito: io lo voglio cancellare il ricordo del dolore, prof. Non come il poeta che dice che lo vuol tenere. La poesia quindi io la faccio al contrario. “Spugna cancella…”

 

 

 

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Della pratica riflessiva ovvero del qui e ora

Poco tempo fa in un incontro savonese con il prof. Simone Giusti ho segnato sul mio taccuino la sua frase “insegnare qui ed ora” non “lì e altrove”.

Ho pensato che è proprio una precisa definizione di quello che guida spesso me e il gruppo IWT e cioè la pratica riflessiva. Che tipo di docente sono io o voglio essere? Questa è la prima domanda che mi pongo.

E poi: cosa vuol dire per me oggi insegnare italiano? Cosa voglio che i miei studenti imparino? Quali abilità e quali competenze devono avere per stare nel mondo del XXI secolo? E soprattutto chi sono oggi questi studenti?

Per me è abbastanza evidente che essi non sono più quelli di dieci o forse anche cinque anni fa. Non rimpiango affatto quelli “di una volta”. Ammesso che fossero migliori ( io non credo, solo diversi) debbo però lavorare con quelli che ora ho nei miei banchi , hic et nunc.

Non posso cambiare una intera generazione di giovani e, anche se potessi, non vorrei. Li trovo adorabili così come sono. Con il loro essere giovani e tutto quello che nell’insieme ciò comporta. Non vorrei cambiarli, vorrei essere però per loro significativa e affidabile. Vorrei sperimentare percorsi di senso, ridare vita al loro modo asfittico di stare a scuola. Restituire dignità a tutti, dignità di studenti cioè di coloro ” che aspirano” a imparare qualcosa.

Non è facile. Ma, mi chiedo, se non lo fa la scuola tutto ciò, chi lo potrà mai fare? Chi potrà mai attrezzarli per renderli cittadini attivi, uomini e donne consapevoli che possiedono strumenti di pensiero idonei a interpretare la complessità dell’oggi?

Molti colleghi pubblicano sui social gli strafalcioni dei loro allievi. Certi davvero grossolani e risibili. A me però non fanno ridere per niente. Se mai mi pongono domande, mi interrogano. Io non lo faccio mai, lo trovo poco onesto nei loro confronti. Non riesco a deriderli se convertono parole in altre con senso diverso, se pigliano grandiosi abbagli in storia o geografia. Piuttosto mi domando perché. E la risposta che mi do è sempre che io devo avere sbagliato qualcosa. Perché io insegno, loro imparano. Sono il mio specchio imperfetto, magari deformato, ma lo sono.

E allora ecco il senso della pratica riflessiva. A Sfide dove sono stata recentemente mi sono interrogata sul mio retroterra di docente. Da dove vengo? Quale idea di scuola ho? Che strada intendo seguire?

Solo così posso trovare senso in quello che faccio. Oggi ad esempio la quantità di informazioni e conoscenze che tutti hanno a disposizione è enorme. Sono pertanto sicura che il mio ruolo sia, come lo era per i miei prof, quello di passarmi sapere? O forse non dovrei aiutarli a destreggiarsi in mezzo a questo enorme serbatoio di vita e notizie che è il web e da cui loro attingono ogni giorno? Come la mettiamo poi con la letteratura? Se una volta bastava la vita del mio amato Giacomo a spiegare qualche suo verso e una buona parafrasi oggi questo non basta più. Non può bastare perché fuori, nel mondo, c’è altro. C’è di più e di meglio. E allora io li devo tenere attaccati al mio Giacomo, perché lo amino come me e perché risuoni in loro come deve essere, in altro modo.

Questo io credo. Quando Simone Giusti ha detto qui ed ora io ho pensato ai volti e agli occhi che ho davanti ogni giorno. Sono loro il mio qui. Ed il mio ora sono le loro domande, a volte mute, alle quali non voglio né posso sottrarmi.

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Le cose di Anna.

Ho fortemente voluto la partecipazione dei miei studenti al concorso Aned sulla Shoa. Di questi tempi è importante. L’ho fortemente voluto come compiti autentico: scrivere per essere letti e essere anche giudicati in questo caso.

Non volevano partecipare. Molti. “Non siamo del Liceo prof!” “Tanto non vinciamo” “È roba per quelli bravi”. Io ho insistito  e alla fine l’abbiamo fatto.

Tema: il ritorno

Percorso. Ho deciso di parlare del non ritorno. Quelli che NON sono tornati e, soprattutto, quelli che sono rimasti ad aspettare.

  • Abbiamo letto “L’albero di Anne” un illustrato molto affascinante. Lavorato sulle immagini, sul punto di vista delle cose. L’albero come protagonista di una storia. L’albero che racconta.
  • Abbiamo scoperto la memoria delle cose. E quindi affrontato l’idea che anche esse possano raccontare.
  • Abbiamo scelto quindi la “prosopopea”, un genere antico. Far parlare gli oggetti che restano, di un defunto.
  • Il diario di Anna è stato una miniera di idee. Certi suoi passi vivono di oggetti, di racconti di come le cose riempissero le sue giornate.
  • Abbiamo poi avuto la necessità di “vedere” con i nostri occhi. E allora c’è la visita virtuale della casa museo di Anna. In 3 D rivivi tutta la sua storia. Scopriamo nella sua camera gli oggetti della sua vita.
  • Ascoltiamo poi Liliana Segre. Anche il racconto di chi è tornato, invece, può essere utile. L’orrore si conosce solo dalle parole di chi l’ha visto.
  • Quindi laboratorio secondo la metodologia del WRW: scelta ( un oggetto) modeling ( un testo mio) scrittura autonoma, ML sulle tecniche( personificazione già fatta in poesia, punto di vista, 5 sensi e via dicendo)

Finito. In settimana abbiamo consegnato. Una fatica immane, in effetti. Perché per certi miei studenti scrivere è davvero fatica. Se vieni dalla Nigeria o dall’Etiopia o dalle bocciature ripetute, scrivere è sempre una scommessa che accetti ma ne hai paura. Eppure hanno lavorato. Con impegno.

I risultati si vedranno. Non spero nella vincita, ma sono felice solo per il fatto che anche noi ci siamo messi in gioco e ci siamo in quel consesso, pronti ad essere giudicati.

A mio avviso qualcosa di bello c’è, in effetti.

Vi lascio qui un piccolo esempio.

Ciao Anna .

Ti ricordi di me?

La mia seta color di rosa. rosellino chiaro, senza di te ha smesso di brillare.

La polvere mi vuole far sparire come i soldati che ti hanno portata via. Da quel giorno le cose, qua dentro, sono cambiate.

Mi mancano le domeniche quando mi indossavi e ci guardavamo allo specchio e pensavamo e fantasticavamo della grande festa  per la Liberazione dei campi che avremmo fatto a fine della guerra.

Mi manca il calore e l’amore che mi davi.

Il tuo profumo rimarrà invece sempre nel mio cuore.

Guardarti mentre scrivevi mi rilassava e mi rendeva felice come quando i tuoi capelli mi facevano il solletico sul colletto.

Ora mi ritrovo solo nella casa al 263 di Prensengacht.

Adesso è un museo e una casa conosciuta da tutti.

Il tuo sogno si è avverato: ora sei una grande scrittrice.

Spero che non mi dimenticherai, mai nonostante gli anni passati, ti voglio bene.

Spero che tu, dovunque tu sia, sia felice.

Cordiali saluti dal tuo vestito migliore.

 

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Quel tipo mi interessa

Così mi ha detto G., un mio studente di prima meccanici, una prima che molti colleghi mal sopportano, con enormi problemi di gestione della classe. Una prima però che mi lascia leggere ad alta voce e ascolta in silenzio “perché la lettura é sacra, lo sappiamo prof”.

Non si riferiva a un suo amico, né ad un cantante, né ad un calciatore.

Lui si riferiva al protagonista del racconto di Jack London “Farsi un fuoco” che, grazie ai consigli di Matteo Biagi, stiamo leggendo in classe.

Il protagonista non ha nome, si chiama “l’uomo” e nemmeno il cane ha nome. Questo i ragazzi l’hanno notato subito. Chissá perché prof?

Ieri G.mi ha chiesto quando leggeremo ancora. Vuole sapere cosa succede all’uomo della storia. E in effetti siamo giunti ad un punto cruciale: l’uomo capisce che deve ( a più di 55 gradi sotto zero) accendere un fuoco.

Si è scatenata in classe una discussione accanita. Lascio sempre discutere, dopo la lettura, per negoziare significati con loro.

Questa volta siamo partiti dallo schema a Y ( domande, impressioni, connessioni) e via. Non la finivano più. Temevo l’effetto della lingua di London così pungente ( come il freddo) e inesorabile. Temevo che non avesse presa. Invece è avvenuto l’impensabile.

London ( come prima Almond e Dahl) li prendono dal profondo. Nessuno si tira indietro. Davanti alla storia loro reagiscono, cercano appigli, si fanno domande, come ogni vero lettore.

So che arriveremo ai circoli di lettura e alla lettura individuale silenziosa in classe. So che ci arriveremo perché devo crederci.

Come mi ha insegnato Jenny Poletti ” devi avere una fiducia incrollabile che leggeranno”.

E dopo le confidenze di G. ci credo ancora di più.

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