IWT ovvero come è cambiata la mia vita professionale.

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E’ uscito Domenica su Robinson e io ne sono felice.  Un  articolo che parla di noi, del nostro gruppo IWT, di Jenny Poletti soprattutto, e delle altre colleghe che hanno cambiato la mia vita professionale.

Andiamo con ordine. Ho incontrato Jenny online nel 2012 quando ho iniziato a sperimentare la didattica con il digitale nella mia classe2.0. Cercavo in rete risorse. Ho fatto molti corsi on line e in uno di questi ho incontrato Jenny, il suo blog, la sua didattica. Un didattica di origine anglosassone e già di per questo da me amata per il suo pragmatismo: devo far apprendere datemi degli strumenti  di pensiero utili.

Li ho trovati. Seguendo lei e il metodo Atwell (Columbia University) ho imparato a far amare  scrittura e lettura, a costruire un vero laboratorio di apprendimento, a trascinare i ragazzi nel mondo delle parole lette e scritte.

La mia vita di docente non è più stata la stessa. Ho avuto da allora il doppio, triplo, quadruplo del lavoro forse, ma anche delle soddisfazioni.  I miei studenti hanno scritto di tutto, hanno vinto concorsi, hanno letto poesie ad alta voce per strada, hanno intervistato autori, hanno spedito a tarda notte testi alla qui presente perché li leggessi, hanno lavorato in estate spedendomi bozze da revisionare e testi da commentare. Un successo, vero.

Uno di quei successi che gli insegnanti non dimenticano. Perché il nostro lavoro, lungo, faticoso, poco capito, di tante piccole tappe, di tante ora passate a discutere e progettare lezioni insieme, ora dà i suoi frutti. Ora c’è la nostra pagina ufficiale su FB dove affluiscono ogni giorno nuove richieste di adesione. Ora di noi parlano sui giornali. Ora ci siamo ritrovate, tutte più o meno,  a Rimini a Didattiche 2016 per la conferenza di Jenny. Ora ragioniamo di corsi, di laboratori aperti, di documenti condivisi. Tutto sul web e tutto on line.

Molti non credono che il digitale possa cambiare la scuola e la didattica. Ma io ne sono l’esempio vivente. Ho cambiato modo di essere docente e di vivere la mia professione. Ho cambiato scuola anche  fisicamente perché la mia profonda riflessione mi ha portato lontano. Ho cambiato e continuerò a cambiare.

Ho scoperto un mondo di colleghe professioniste e professionali, competenti, agguerrite,  preparatissime, piene di idee e di ottimi consigli. Ho scoperto che si insegna imparando, che si apprende facendo, che la scuola è ancora viva nonostante tutti la diano per spacciata. Soprattutto ho avuto la conferma che dobbiamo abbattere il punto cruciale della scuola italiana: la esasperante e avvilente autoreferenzialità di quasi tutti noi.

Grazie IWT. Grazie, grazie grazie.

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Origini

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Abbiamo da poco terminato il laboratorio di teatro sociale  a scuola con l’associazione culturale T21 e i ragazzi migranti. Titolo: ORIGINI.

Ecco cosa ho pensato.

L’integrazione si fa con l’essere dentro alle stesse cose. Non si fa parlando. Si fa agendo. Siamo stati per sei ore tutti noi , docenti, operatori, fotografo, ragazzi migranti, studenti immigrati e non della mia classe tutti insieme a cercare di dare un senso a questa parola. Ci siamo mossi, spolverati, condotti, fidati, abbiamo disegnato, ricalcato sagome, riempite le sagome di parole, scattato foto. Abbiamo discusso, fatto metacognizione, analizzato il percorso.

Abbiamo anche riso, tanto. Scherzato, commentato, sofferto forse un po’.

La ricerca delle origini è un percorso importante per tutti, specie in adolescenza. Tutti veniamo da un qualche luogo geografico, fisico, dell’anima. Tutti. Riflettere e dare voce a queste idee è molto importante, specie nella mia classe, della mia scuola dove molti sono reduci da storie di  integrazione difficile, hanno ORIGINI scolastiche frastagliate e composite, hanno una visione della scuola come luogo non  di appartenenza ma di dovere obbligato. Tutti dicono che non vorrebbero venirci mai, ma poi sono sempre lì, più o meno traballanti nei loro difficili percorsi.

E così ci siamo messi a tirar giù parole, dopo aver liberato un po’ di tensione con qualche movimento del corpo ma anche del cuore. Parole non frasi intere, parole condensate e piene, come quelle della poesia. Finiremo infatti il lavoro con il laboratorio di poesia autobiografica già sperimentato nell’altra classe.

Marcello il nostro abile fotografo non aveva mai visti adolescenti da vicino, al lavoro. Certo adulti e adolescenti non si incontrano spesso fuori da scuola e quindi noi abbiamo un osservatorio privilegiato. Marcello, appunto, è rimasto stupito: da quanto siano belli, profondi, puri, seri o allegri nei momenti giusti.

Io lo sapevo già che erano così, ma ugualmente a rivederli nelle foto o a sentirli ragionare mi sono nuovamente stupita e commossa.

C’è ancora speranza per questa generazione, io ci credo. Faccio l’insegnante. Guai a me se non ci credessi.

(la foto è del bravissimo Marcello Campora che ringrazio ancora)

 

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Voti

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A scuola continuavano a chiedermi Che voto mi dà? C’è il voto? Ma conta per la media? Ed io mi arrabbiavo prima, mi rattristavo poi e mi arrabbiavo di nuovo. Con me, non con loro. E con questo sistema di insegnamento dove sembra che tutto passi per quel numero. Come lo acquisisci, cose c’è dietro, se ti serve, se è testimonianza di un apprendimento non interessa a nessuno. A molti colleghi in primis, ai genitori, anche se non tutti, agli alunni stessi.
Sono giorni che ci penso a questa idea del numero che mi salva dal debito e mi condanna, alle virgole delle medie matematiche, alle etichette. Avevo 6,99 prof…….non posso andare alla settimana delle eccellenze. Un obbrobrio alle mie orecchie.
Io, lo dico senza paura, a questa scuola non credo affatto e non voglio esserne partecipe. Anzi proprio io non sono quella scuola lì. La rifiuto a priori.
Non si può insegnare nulla a chi non vuole imparare. Facile a dirsi.Vero. Ma si fa venire “voglia” menando numeri per l’aria? Usandoli come arma? Quantificando ogni prestazione? Non ci credo. Si impara e si insegna con la passione. E un minimo di passione può nascere in tutti. Tutti.
L’apprendimento dice Joanson è sempre frutto di un ambiente significativo.
Come può essere significativo per un 16enne del 2017 leggere pagine da libro di storia ad alta voce senza spiegare? Come può essere significativo stabilire verifiche scritte a prescindere se tu sei stato presente o meno alle lezioni e darti 2 per poi farti recuperare con un’altra verifica scritta uguale? Come può essere significativo per uno studente compilare domande a risposta multipla o compilare schede e fare semplici somme di punteggi per arrivare a quel voto( per quasi tutti il magnifico 6) senza chiedersi a cosa serva? Senza mai fermarsi a riflettere sul senso dello stare a scuola perché c’è il “programma” da svolgere? (Che ormai non esiste più da anni ma nessuno pare se ne sia accorto).
Oggi in classe scrivevamo i nostri Idilli in prosa. Un testo difficile: unire descrizioni non banali a riflessioni come Leopardi usando tutte le tecniche di scrittura apprese fino ad ora.
E’ suonata la campana e i ragazzi i hanno chiesto di continuare. Prof…ormai ci siamo dentro non si può interrompere sto processo. Prof, lei cosa ne pensa? Prof questa parola va bene? Non mi convince. Prof ma secondo lei funziona? (lo dico sempre io) Prof. io ci ho provato… Prof. lo rifaccio da  capo non mi piace. Prof…ma secondo lei il titolo è adatto? E dunque giù a lavorare. Nessuno ha più chiesto del voto. Nessuno. Sanno ormai tutti che io valuto un processo di apprendimento dietro ad una performance.
L’ora di storia è passata senza accorgersene e nello share time per la prima volta A. ha voluto condividere il suo lavoro ad alta voce perché era convinto che ne valesse la pena. Tante correzioni prof io non le avevo mai fatte!  Ho visto perfino le ripetizioni.
Questa è la scuola che voglio io. Dove si va alla ricerca di un senso. Si scrive e si impara perché ha senso. Si condivide perché ha senso. Il programma può attendere per adesso. Adesso anche chi non ha mai scritto nulla ha detto stamane “Ho finito una facciata, mai successo.!”
I voti ci saranno e saranno tutti maggiori di sei. Lo immagino già.

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La scuola come altro da sè.

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E’ tutta la settimana che rifletto su quello che vedo intorno a me, nella scuola. Dalla lettera dei 600 alla settimana delle eccellenze, a quelli, eccellenze o meno, che non riescono ad esprimere una opinione personale su un verso di una canzone, che non trovano in un testo anche semplice, un legame con la loro vita, che non sanno discutere se non urlando o dicendo parole grosse. Mi guardo attorno spaesata. Lo ammetto.

Una volta ho detto che ho deciso di cambiare didattica perché non sopportavo più che gli alunni passassero ora guardare fuori dei vetri della finestra la vita vera. Cosa che evidentemente continuano a fare. Non riusciamo a insinuare in loro il dubbio che qualcosa di quello che è o fa la scuola li riguardi da vicino, sia anzi indispensabile. La scuola è sempre altro dalla vita e la vita è fuori. Le eccellenze  della settimana seguono e percepiscono  dibattiti meravigliosi per loro appositamente organizzati come se fossero altro  dalle lezioni (preferisco stare in classe a fare niente mi ha detto un alunno).  E’ vero sono altro in effetti. Come un corpo estraneo cresciuto stranamente dentro un organismo che invece ogni giorno si occupa di altro.

Alessandro Barricco disse in un famoso dibattito televisivo a chi gli rimproverava di difendere i giovani “fannulloni” che la scuola mette troppa distanza tra il fare e la soddisfazione del fare.  Verissimo. Non si può amare, né appassionarsi, né trovar gusto in qualcosa di cui non si percepisce l’utilità o la bellezza e che si dice si debba imparare perché un giorno (non si sa quando) ti servirà. Non c’è apprendimento senza motivazione e la motivazione nasce dalla passione . Chi non trasmette passione non insegna. Chi non prova passione, anche poca, per un breve lasso di tempo, non impara.

E allora io mi chiedo tutti i giorni questo:  sono convinta che Dante serva? Sì. Sono convinta che occorra una volta nella vita leggere Leopardi? Sì. Sono convinta che tutti, dico tutti, abbiano diritto alla bellezza? Sì. Dunque prendiamo questi studenti e troviamo un modo di far intuire loro che questa bellezza, queste parole, la nostra lingua, sono anche esse parte della loro vita. Non si fa amare la scrittura con la grammatica e paradossalmente non si impara la grammatica con la grammatica. Questo oramai è assodato dalla ricerca di anni di studi. Occorre trovare un modo diverso.

Quale? Io credo ci sia solo una via: quello che tento di insegnare deve essere in qualche modo significativo per chi lo deve apprendere. Significativo vuol dire dotato di un senso. Forte, possibilmente, magari imprescindibile. O magari poco e nascosto ma deve rivestire un senso. Altrimenti perderemo in qualche anno tutti questi studenti, gli apprendimenti appiccicati per le interrogazioni cadranno nel dimenticatoio sempre più i fretta, i 600 continueranno a lamentarsi che i ragazzi non sanno scrivere. Per forza, alla fine scrivono poco, pochissimo, e solo e quasi sempre per finta. Senza pubblico, senza scopo, senza un contesto di compito autentico. Senza una pratica di scrittura reale o realistica; senza un amore della lettura che non sia obbligata non si correggono gli ha senza acca e gli accenti mancanti.

Saltiamo sto muro e colmiamo sto fosso. Basta con il noi e il loro, questi ragazzi abbiamo davanti e con questi dobbiamo lavorare. E se per farli scrivere e riflettere su limite e possibilità degli umani devo usare Jovanotti insieme a Leopardi, lo faccio, come stamane, senza alcun pregiudizio, alla faccia di che vuole solo teste ben piene  e delle teste ben fatte non sa che farsene.

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Alzare l’asticella

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Mi hanno proposto di partecipare al concorso Aned sulla Shoah. Ho detto di no. Con quale delle mie classi mai potrei avvicinarmi ad un tale tema? Nessuno in effetti dei ragazzi ama o sa scrivere ad un certo livello, la storia per loro è solo il nome di una materia (noiosa) per lo più incomprensibile. Pochi dei miei studenti studiano nel senso che i miei colleghi di scuola superiore danno a questo vocabolo. Quasi nessuno alla parola “concorso” manifesterebbe un qualsiasi tipo di entusiasmo. Sì, ho affrontato con tutte le classi la giornata della memoria, ma un concorso serio è altra cosa.

Altra cosa, appunto. Altra cosa. Ho pensato e riflettuto. E poi un’ illuminazione. Altra cosa appunto. E’ di altre cose che ho bisogno per motivarli, per farli crescere, per svegliare in loro un lumicino, una fogliolina verde, tenera da coltivare e far germogliare. Alziamo l’asticella, mi son detta. Proviamo.

Ho scelto la classe più difficile, per disciplina ma soprattutto per l’interesse inesistente,  per la fatica con cui mi fa lavorare, per i volti scocciati, tristi, vuoti di fronte a qualsiasi proposta di lavoro, di dialogo. Ragazzi persi direbbero i più. Con la testa nel cellulare o china sul banco, il cappuccio sul capo e il buio nel cuore. Quelli che non hanno mai fogli né penne, quelli per cui mi pare di lavorare sulla sabbia. Ho scelto loro come una sfida. Per me, ma anche per i ragazzi stessi.

Scriveremo poesie, lo abbiamo già fatto e qualcosa in loro si è smosso. Scriveremo delle donne nei lager. Stiamo raccogliendo materiale, selezionando fonti, ammucchiando immagini, compilando schede.

Non so cosa ne uscirà fuori, come sempre quando inizio un percorso.Forse nulla. E’ il bello del mio mestiere. Però so che i miei alunni se lo meritano. Si meritano la mia fiducia, la mia energia e le mie idee. Si meritano che io alzi l’asticella e li consideri degni di fare ed eccellere in qualsivoglia tipo di attività. Già guardano i video delle testimonianze con altri occhi. Alcuni chiedono, altri fanno osservazioni acute. Non vogliono partecipare. Solo in pochi han detto sì. Ma non importa. Scriveranno lo stesso e poi vedremo.

Mi son chiesta se mettere orrori davanti a chi ha già spesso una vita difficile sia giusto.  Propongo atrocità cercando di non usarle per stimolare semplice curiosità, ma pensiero nel senso socratico del termine. Aggiungerò forse dolore a dolori che si portano dietro neanche troppo nascosti? Ma non è forse appunto così che si può crescere, condividere un peso, affrontando l’idea che il male è esistito ed esiste ma che noi umani siamo  più di ciò o altro? Non è alla fine questo un percorso di speranza? Al momento non lo so e non ho risposte. So che scriveremo di sicuro, che i loro occhi già un po’ si sono illuminati, poi si son subito spenti, ma un po’ hanno brillato.

“Magari vinciamo anche il Nobel!”ha detto H. quando ho fatto loro notare che già avevano poetato e con discreto successo.

“Non sono i fatti a sconcertare gli esseri umani, ma i loro giudizi intorno ai fatti.” Epitteto.

Con questa idea in testa mi accingo ad uno dei miei soliti azzardi didattici.

 

 

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Perché in-segno la poesia

Io credo nelle parole, credo nella potenza delle parole. Punto uno.

Punto due credo nella bellezza e credo che tutti ne abbiano diritto. Abbiano diritto a leggerla, a vederla, a scoprirla anche dentro di loro.

Punto tre io insegno italiano dunque la bellezza è, o dovrebbe essere, il mio mestiere. Uso mestiere volontariamente in senso di lavoro artigianale, quotidiano, fatto di sudore e fatica e fatica e sudore.

Insegno in una scuola professionale e in un istituto tecnico dove certo l’italiano non è, per così dire, la materia preferita. Ma. C’è un “ma”, sul quale rifletto tutti i giorni, quando sento colleghi dire che oggi ai ragazzi nulla interessa, sono svogliati, apatici, vuoti. Vero. A volte. Ma io non mi do per vinta. Parto dalla poesia con questa convinzione. A scrivere si impara e si insegna. Scrivere è costruire il pensiero nella mente e poi sulla pagina. Scrivere aiuta a pensare, scrivere ti rende chiaro a te stesso e al mondo, scrivere costruisce la realtà come tutte le parole. Leggere parole scritte da altri è addentrarsi in un mondo fantastico e sconosciuto . Un’avventura dell’anima.

Perché dovrei privare i miei alunni di questo piacere? La bellezza è democratica, forse ciò che di più democratico ci sia al mondo: tutti la possono cogliere e produrre, perché no?

E così lavoro tanto sulla poesia, letta, ascoltata, riletta, rifatta, ribaltata, riscritta, aggiornata, prodotta in modo originale. Con la poesia si impara l’importanza della parola in sé, singola, si imparano il suono e  le pause. Si impara la punteggiatura, il linguaggio figurato e la sua enorme potenza, si impara a manipolare le parole e a farle nostre. Si impara il ritmo, la revisione, la cura dei particolari, il colore.

Si impara a saper che Giacomo ha scritto l’infinito a 22 anni ed è uno di noi. Che Ugo soffriva per suo fratello morto come noi, che Emily osservava i fiori come noi, che Antonia ricordava la sua infanzia  come noi.

Ecco perché parto sempre con i laboratori di poesia.

E poi il mio alunno A. scrive:

“”Vengo da dove l’ascensore è sempre rotto
per 12 mesi all’anno
Vengo dalle case popolari
dove il cielo è sempre buio
Vengo dagli sfratti, le case cambiate
Vengo dalle bocciature
degli anni persi a scuola
Vengo dai treni
senza biglietto……”

Allora sono felice e capisco che tutto ha un senso. Alto e potente. Credo.

Come quello che vedrete qui sotto.

Made with Padlet
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Merry Xmas Teachers

Merry Xmas teachers

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Soddisfazioni di mercoledì

Oggi ho avuto qualche buona idea e qualche soddisfazione.

  1. La mia geografia della bellezza funziona. Evidentemente, di fronte al bello che lo spettacolo del mondo ci offre, anche i più riottosi hanno ceduto. Abbiamo visto un video sui 10 luoghi più belli del mondo, dopo aver fatto previsioni di quali avrebbero potuto essere (a volte azzeccate) e di dove essi fossero. Guardavano quelle immagini con gli occhi di chi le vede (e forse lo era) per la prima volta. Quindi tutti sul planisfero muto a rintracciarli. La classe che, entrata il primo giorno (4 lezioni fa), nemmeno si era accorta che io ci fossi, mi ha ascoltato, seguito e lavorato. Un po’. Ma sono contenta.
  2. Il percorso sui cambiamenti e l’adolescenza in seconda  continua. Dopo l’analisi dei cambiamenti del nostro volto riflesso in tre specchi disegnati sul quaderno ( il mio volto, quello che vorrei, quello che non vorrei mai avere), complice una lettura dal “Conte di Monte Cristo” dove Edmond Dantes si specchia per la prima volta dopo tutti gli anni di carcere, oggi abbiamo affrontato il bruco che diventa farfalla, l’adolescente brutto anatroccolo e il film “The butterfly circus”. Un successone. Dopo lungo e approfondito dibattito ognuno ha scelto una immagine del film e ne abbiamo cavato dieci parole, poi cinque, poi tre su cui abbiamo iniziato a scrivere un incipit o una poesia.
  3. Nella altra mia seconda partendo da un racconto di Alberto Moravia abbiamo analizzato le “Etichette” che ognuno si porta addosso e che gli altri ci costringono a volte a indossare. Disegnate sul quaderno e riempite  di parole, nel momento della condivisione del laboratorio sono state oggetto di lungo confronto. Da esse ripartiremo per scrivere un pezzo argomentativo sulla opportunità di giudicare gli altri dall’aspetto fisico o sui diversi punti di vista con cui possiamo guardarci. Introdurrò Pirandello che per i miei ragazzi sarà una bella lotta.  Abbiamo finito leggendo, dal libro “Via dalla pazza guerra”di Alidad Shiri, brani che ci serviranno per porgli domande quando lo incontreremo il 16 dicembre a scuola.

Good job guys 🙂 è proprio il caso di dirlo.

(A. ha scritto nelle etichette: “Uno che ce la può fare di sicuro” come dice la prof. Minuto)

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Il senso di un addestramento

Riflettevo, ieri, su quale fosse infine il senso del mio lavoro di insegnante di Italiano, dopo una riunione sui risultati iNVALSI.

La parola addestramento le sento davvero estranea. E’ così che voglio lavorare? Devo addestrare qualcuno a fare qualcosa? No, non credo proprio. Tutta questa enfasi sul risultato, legittima ovviamente, io non riesco a condividerla. Come se tutto si riducesse ad una gara, ad una classifica. Non credo sia questo lo scopo.

Non amo le prove Invalsi ma le ho sempre fatte e svolte con il massimo della serietà e tutto l’impegno possibile. Lo stato me lo chiede, è il mio lavoro, lo faccio. Ma forse sarebbe il caso che noi docenti le usassimo diversamente. Non per chiederci cosa fare per prepararle (ammesso che si possa) e far alzare la media del rendimento ai nostri studenti. Ma per chiederci, se mai, come le prove possano influire sulla mia didattica, come le posso usare per migliorare il mio percorso di docente. Capovolgere la prospettiva, insomma. Il percorso, non il prodotto. Come tutta la pedagogia odierna sembra insegnare.

Le prove Invalsi accertano e misurano, non valutano, competenze. Forse dovremmo chiederci cosa esse siano realmente e se lavoriamo  davvero su una didattica per competenze e non solo su contenuti. Forse dovremmo aggiornarci su come si insegnano le competenze, perché si può, ma non certo con una lezione frontale o non comunque solo con quella.

Forse dovremo infischiarcene degli esiti che ci posizionano sotto o sopra i livelli di qualche altro e invece di pensare ad addestrare, pensare  ad una didattica su compiti autentici che sviluppi quella competenza sacrosanta che l’Invalsi richiede.

Così oggi, per trovare senso, partendo da don Abbondio, dalla litote e dalla similitudine ho dato ai ragazzi il permesso di usare il cellulare e in una veloce attività laboratoriale la possibilità di testare due competenze basilari, anzi tre: trovare fonti sul web, sintetizzarle e  preparare una breve esposizione orale su uno dei personaggi proposti rispondendo alla domanda: “E’ un Don Abbondio o no? e se no perché?” E’ andata molto bene, gli studenti l’hanno presa molto seriamente, hanno prodotto brevi esposizioni complete ed esaustive il tutto in 15 /20 minuti.

Non male. Sono contenta. Con buona pace dell’Invalsi, delle classifiche e dell’addestramento.

Qui il lavoro in una prezi.

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Scrivere dello scrivere

 Fanno seconda Ipsia elettrici, ma qualcuno deve insegnar loro che si può scrivere, si deve scrivere, che scrivere fa bene, aiuta, ti rende vero, ti fornisce strumenti di analisi del reale. Scrivere é richiesto dalla scuola. Ci sarà anche per loro una prima prova di maturità, come per tutti gli altri.

E allora scriveranno. Io credo fortemente che serva.

E  come si impara a scrivere?

Facendo un tema al mese che io sola leggo e correggo. Loro guardano il voto. Le correzioni neanche le leggono. No.

Io credo che a scrivere si impari praticando quanto più possibile la scrittura in classe, in laboratorio e in primis scrivendo di ciò che si conosce: noi stessi. Il testo autobiografico é perfetto. Per iniziare.

Ma prof. non so che scrivere? Leggi sul tuo quaderno, sulle tue liste, sui nostri attivatori, sulla mappa del cuore o della mano. E sui tuoi appunti. Scegli.

Cosa? Un tuo territorio di scrittura. E poi? Poi inizi dall’incipit. Non sono capace. Non ci riesco. Allora ascolta come ha cominciato Dickens, anzi Sallinger o meglio John Fante.

E adesso? Adesso prova tu. Io sono qui e mi chiami se ti servo.

Prof., vorrei niziare con un dialogo come faccio?

Vorrei scrivere della morte di mia sorella. Ho iniziato ma fa male prof. Non ci voglio pensare, cambio argomento. Potrei parlare della separazione dei miei? Ma lo legge solo lei, però.

Io non scrivo, non ne ho voglia. Provi con me? Forse. Non mi piace niente, nemmeno un argomento. Quando si ripasso, l’incipit era ” Non avevo mai preso un pesce vero in mano. Morto, ma vero”

Io ho finito. Ma son tre righe! Non mi viene in mente altro. Allora leggi cosa abbiamo scritto sul descrivere con i 5 sensi. Allunga qua.

Prof, legga. “PERIFERIA” é il titolo. L’ho preso dall’elenco dei miei luoghi del cuore. É bellissimo, Andre. Gli occhi si illuminano. Faccio il rapper prof! Si vede Andre! Ci lavori ancora un po’ ? Sì, credevo di avere finito, ma dá lontano sto foglio é tutto un blocco. Mi sa che manca il flow. Lo riguardo.

Ecco. Bravo.

Lezione finita.

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