The big problem

Finita la lettura del “Cigno” di Roald Dahl, nel silenzio dell’aula molte cose rimanevano sospese.

La nostra piccola comunità di lettori aveva qualcosa da dire di sicuro, un significato da condividere, un’idea del testo sulla quale negoziare significati. Così crescono e si alimentano i lettori. Facendo percorrere ad ognuno una strada , la sua dentro quel testo. Perché in fondo la lettura è questo: far risuonare parole dentro di sé.

E così ho proposto “The big problem”. Un graphic organizer che aiuta a raccogliere idee e a condividerle. Il grande problema, l’idea centrale, il tema. Di cosa ci vuole parlare Dahl in realtà? Perché questo testo così teso e serrato finisce in questo modo? Deludente, in fondo, dicevano alcuni.

A coppie o singolarmente ognuno ha lavorato per 10 minuti riempendo una parte dello schema. Poi abbiamo condiviso idee.

Ne è nata una forte discussione: il finale sembrava assurdo, ognuno voleva dire la sua.

M. propone:” Rileggiamolo prof!”

Ecco io qui ho capito che avevo fatto centro. Perché la proposta di rileggere nata da loro non è affatto scontata. Loro non leggono figuriamoci, se ri-leggono.

Ma qui c’era l’urgenza di dare senso ad un discorso, ad un dibattito. Chi aveva ragione? Peter come era arrivato nel prato? Quali parole singole descrivono le azioni dell’ultimo paragrafo?

E così abbiamo riletto, ancora ragionato e poi abbiamo trovato un “big problem” che ha convinto tutti: la gratuità della violenza.

Non è stato facile. Ma ci siamo riusciti. È suonato il campanello proprio quando ci stavamo chiedendo come si rapportano al tema i personaggi.

Non volevano smettere di scrivere le loro idee.

F. si è alzato per venire di persona a sottopormi il suo lavoro. G. e G ne parlavano ancora anche dopo.

Tutto questo nella mia prima B meccanici, che legge racconti , si fa domande e trova risposte.

Grazie, ragazzi, palombari non surfisti, come ci insegna Loretta.

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Numeri

«Agli adulti piacciono i numeri. Quando raccontate loro di un nuovo amico, non vi chiedono mai le cose importanti. Non vi dicono: “Com’è il suono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?” Le loro domande sono: “Quanti anni ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?” Solo allora pensano di conoscerlo».

Così diceva il piccolo principe.

È vero a noi adulti della scuola sembra che i numeri piacciano molto.

A me no, invece. Specie in questo periodo di scrutini. Più lavoro e più mi rendo conto che il numero non rende giustizia a nessuno: né a me che lavoro tanto, né a loro che lo subiscono.

Non vorrei mettere numeri, ma parole. Vorrei dire a me e dire agli altri: Luigi sa fare questo, ma non ancora al suo meglio. Potrebbe percorrere questa strada, gliela indico. Andrea è invece sulla strada giusta, ha chiaro il suo percorso, è tenace e non aspetta che io gli dica che fare, fa.

Vorrei evitare di premiare chi è già bravo( non per merito mio) con il solito 8 e scavare così un solco profondo e invalicabile tra lui e chi ( non per colpa sua) ancora arranca, fatica, si perde.

I numeri sono lapidi che i ragazzi si portano addosso. Che scavano a volte nell’anima, che bruciano gli ultimi residui di auto stima. “Non so niente dicono “mi dia due.” Ancora prima che tu parli si danno il voto da soli. Si mettono un’etichetta che noi abbiamo creato per loro.

Non importa se tuo padre e tua madre sono morti da pochi mesi, se vivi in comunità, se hai un padre in galera, se tua sorella è scappata di casa, se sei solo un po’ depresso e vedi tutto buio.

Io ti devo dare un numero per forza. Fare una media. Fra cosa?

Fra il tuo dolore, la tua paura, la tua ansia e il mio pretendere che tu sappia? Che mi restituisca intatta la mia cultura elargita come un’ elemosina.

Io cerco sempre di valutare performance e non persone. Distinguo bene le due cose. Ben sapendo però che dietro ogni performance, ogni azione, ogni verifica c’è tutto un mondo che io non conosco. Che l’apprendimento passa sempre e solo dalla relazione. Quella forse dovrei valutare con un voto. Un voto alla fine a me, a come ho saputo dare a ciascuno il suo, a come ho saputo costruire percorsi di senso per ognuno.

Valutare vuol dire dare valore. A scuola no, però. Quasi sempre è spauracchio, è arma, è ricatto, è punizione. Il voto indica un buco, una ferita ma non cura, non costruisce.

Una volta mio figlio prese 1 di una verifica di francese. Mi disse: adesso devo prendere 11? Se no come recupero? E rideva e io ho riso con lui.

11 un bel voto che vorrei dare a tutti i miei studenti. Il voto di quelli che fanno al massimo quello che possono.

“Se non sa questo come fa ad andare avanti? Come fanno a non sapere quell’altro? ” E tutto questo lo dico con una etichetta , un numero il più delle volte risultato da altri numeri dove le virgole nel primo quadrimestre si arrotondano per difetto, caso mai per eccesso nel secondo.

Io non faccio verifiche. Li verifico tutti i giorni, o mai se volete. Li osservo in un processo e poi , costretta, cerco di dare valore ai loro prodotti.

E non giudico, casomai guardo. Annoto e rifletto.

Il maestro Manzi scriveva sulla pagella “Fa quello che può, quello che non può non fa”.

Io vorrei poter fare come lui.

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Elogio del mentor text

In un recente colloquio, un prof. universitario al quale stavo,affranta, ribadendo la difficoltà di alcuni colleghi di uscire dal loop “ Io spiego loro non capiscono, io spiego loro non sanno” mi ha detto: “ Vede? La differenza sta proprio qui: i suoi colleghi spiegano, non insegnano”.

Esattamente: il punto è questo. Come fare ad insegnare, non solo a spiegare? E, nel mio caso, come insegnare un processo, la scrittura?

Perché che essa sia processo e non prodotto ormai l’abbiamo appurato.

Bene.

Nel WRW io ho trovato uno strumento potente: i mentor text. Sembra in effetti un po’ l’invenzione dell’acqua calda. Cioè: ci vuol tanto a pensare che a scrivere si impara “copiando”da altri? Da quelli che cioè lo sanno fare meglio di te?

Sembra scontato, ma così non è. Anzi copiare sembra brutta cosa, almeno così ci hanno insegnato.

Ragiono: come hanno insegnato a me a scrivere( non l’alfabeto, ovviamente) a mettere idee su carta, ad amare le parole, ad averne cura? Non lo so o meglio so che non me l’hanno insegnato. Io sono stata fortunata: avevo due genitori entrambi scrittori e ho frequentato molto, per anni, fin da piccola, i libri. Per me scrivere è un processo naturale. La scuola non me lo ha insegnato. La scuola correggeva se mai i miei prodotti, e basta. Non mi ricordo una volta in cui qualcuno mi abbia detto se fai così è meglio… se qui vai a capo funziona .. o cose simili.

Io ora invece so che la scrittura si può insegnare. E dunque uso come strumento( non solo quello) i mentor text. Perché hai voglia a spiegare tecniche! Se gli studenti non le vedono applicate, spesso non le imparano né tanto meno le fanno proprie. Non avendolo mai visto o letto, come possono capire cosa sia , ad esempio, la tecnica dello show don’t tell?

Dunque uso tanti testi modello. Scelgo autori che amo, seleziono brani, coerenti a temi o a tecniche che mi servono. Li scelgo, li distribuisco, ci lavoriamo smontandoli a volte, per carpirne i segreti.

Ma c’è un altro tipo di mentor text: quelli di altri studenti che spesso uso come esempi nello share time. Questi colpiscono di solito.

E in ultimo ci sono i miei: io scrivo per loro e con loro, se posso. I miei quick write sono ormai un rito. Loro scrivono, io anche poi leggiamo. Ma a volte preparo testi mentori a casa. Ad esempio per l’espositivo sullo stage, ho preparato un mio espositivo sull’anno di prova ( appena trascorso). Funziona sempre.

Mi chiedono: posso copiare il suo inizio? Certo. Posso usare la sua espressione ? Certo.

Si impara copiando. E i testi degli altri in questo sono essenziali. Dare parole a chi non le ha è il mio compito.

O almeno io così ho imparato da Lorenzo Milani.

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Process Paper

Il miracolo del processo metacognitivo mi affascina. È una proposta didattica così potente quella del Process Paper che ha funzionato miracolosamente anche nella mia prima meccanici. Non esattamente la classe che tutti vorrebbero.

Cosa è? Lo sa bene la mia collega e amica Loretta che ci ha lavorato tanto. Si tratta in pratica di scrivere una sorta di biografia del tuo pezzo, riflettendo sul come è nato, come lo hai strutturato e perché in quel modo e non in un altro.

Tutto questo implica da parte degli studenti un profondo atto di consapevolezza come autori e come scrittori. Implica il voler rischiare qualcosa di sé. Implica il mettersi in gioco e dire alla tua prof :” Guardi, io ho ragionato e pensato così. Che ne dice?”.

Sono molto contenta di come i miei studenti hanno affrontato questo impegno. Prima la poesia partendo dalla nostra cassetta degli attrezzi e dai territori di scrittura. Poi il PP.

Ci abbiamo messo tempo, per riflettere, costruire, discutere, usare mentor text. Non è stato facile diventare una comunità di scrittori, nella mia prima sgangherata, problematica e multietnica. Ma nelle ultime settimane i ragazzi hanno scoperto da soli le conferenze tra pari, hanno fatto i critici di loro stessi e dei compagni con un impegno e un orgoglio mai visti. Sono diventati un gruppo di studenti che scrive e si scambia feedback sul processo usato.

Quando oggi, a lavori conclusi, ho letto le biografie dei testi e le loro poesie mi sono commossa.

Ha scritto K. che a settembre non parlava né scriveva italiano, una poesia “Il futuro meccanico”.

Ha scritto S. dalla Nigeria prima in inglese e poi in italiano.

Ha scritto G.,recuperato alla scuola per un pelo, una poesia che finisce

“…sogno in questo momento

che il tempo si fermi

per aspettarmi “.

Ha scritto P. nel suo PP :”La parte più difficile del processo di scrittura è stato il titolo perché volevo farlo in base al testo e non generico…alla fine ho pensato –Il biscotto che scelsi- perché mi sono ispirato alla poesia di Robert Frost La strada che non presi.”

Ha scritto V. “La poesia è fatta con personificazioni e similitudini. Ho usato versi liberi e ho cercato di isolare due parole( fiducia e uniti) per metterle in risalto, per far sì che il lettore capisca che ero molto unito con i miei ex compagni e che dopo la bocciatura la fiducia che avevo dai miei genitori è andata persa”.

Ha scritto D. nel PP:” Ho preso l’idea di questa poesia dalla poetessa polacca Wislava Szymborska “Ogni caso”” .

Ha scritto G. una poesia che vi copio perché l’ho amata dal titolo “Caldo e Boia”

D’estate

mi sento un pesce.

Mi diverte esplorare

le acque

alla ricerca

di qualcosa,

qualcosa di diverso.

Lì posso fare

quello che voglio.

Lì sono io che decido

che fare

chi essere

che cosa diventare.

Fuori invece

fa solo

Caldo boia

Ha scritto Abel la poesia che ora vi lascio come regalo finale

Terra

Etiopia

la mia terra

calda e fredda

come i suoi abitanti.

Il giorno silenzioso

La notte chiassosa.

Le persone sono vicine

Come le pecore dove c’è l’erba

Con un grande cuore

per strada

sento

gusto di “ingera”

Un odore forte di pollo

gusto piccante

di peperoncino.

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Conferences

Si chiamano consulenze.

In pratica sono quelle che il docente ( io) faccio nelle sedute del laboratorio di scrittura.

Aggirandomi fra i banchi nel ( quasi) silenzio del mio istituto professionale noto e annoto. Mi avvicino, sfioro spalle, guardo occhi, domando e ascolto. Difficile resistere a quelli che ti chiamano sempre. Devo curare tutti, anche i timidi.

Oggi ho provato a dare risposte a problemi diversi.

Ho costruito prima sulla lavagna la cassetta degli attrezzi del poeta ( tutte ML già svolte). Siamo meccanici, in fondo.

Poi ho ragionato con uno studente che “non riesce a scrivere” , uno che ha scritto tre poesie diverse ma ricomincia sempre da capo, uno che sta facendo un grandissimo lavoro di revisione, puntuale e accurato.

Al primo ho consigliato di rivedere di nuovo tutti gli attivatori e provare a fare un film nella testa di quello che vede e vuole trasmettere con la sua poesia. Lavora sul tema e sulla focalizzazione.

Ad A. che butta giù testi ma non è mai contento ho detto chiaramente che la poesia precedente era centrata e che poteva lavorare su quella. Poi mi ha fatto leggere lo schema “Semi non cocomeri” sull’Etiopia, il suo paese. E ho convenuto che pure lì c’era materiale bellissimo.

Con P. che non sapeva decidersi ho adottato il sistema di leggere la sua composizione nello share time. Un gran silenzio e sull’ultimo verso “ Qui non si capisce. Che vuoi dire?”

P. conferma di avere ancora qualcosa da limare e di voler cambiare metafora. Occhiali del lettore, si chiamano.

Mentre questo succede G. spontaneamente si alza e gira tra i banchi. “Do qualche consiglio prof. Io ho finito” Ha inventato da solo la consulenza tra pari. Nemmeno l’avevo ancora introdotta.

Ecco. Il mio giorno da IWT è finito.

Non tanto prodotto, ma

molto percorso.

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Comunità di lettori in prima b.

Non perdo facilmente le speranze.

E quest’anno ho imparato un’altra fondamentale lezione: non si combattono battaglie perse.

Io voglio vincere, quindi combatto dove so che posso portare a casa un risultato.

Il WRW mi ha insegnato questo: la perseveranza, la flessibilità, la programmazione.

Nella 1B meccanici quest’anno ho capito subito che non avrei potuto cominciare con il lavorare come al solito sulla lettura individuale. Non c’erano e non ci sono tuttora le condizioni necessarie. Avrei perso. Ma io posso, peró, costruirle e cambiare quelle condizioni. Portare la classe piano piano a quel livello di approccio con l’oggetto libro che ci salva dal solito: “Che schifo!”

Quindi ho usato albi illustrati e il Selvaggio di Almond è arrivato per terzo. È già più complesso. Tanto testo e tante immagini. Un intreccio potente. Tutto quello che serve per iniziare a trovarsi nel mondo di carta.

Ho speso alcune ML sulle caratteristiche del plot e dei personaggi. Ma l’approccio iniziale è stato libero : non troppo impostato perchè avevo paura che il libro perdesse di efficacia. Abbiamo cercato di costruire la nostra piccola comunità di lettori critici. Piccola ma produttiva.

All’inizio le Grafiti Boards. Libere annotazioni di parole, idee e simboli per entrare nel libro. Un lavoro di gruppo che ha subito messo in luce le caratteristiche della narrazione.

In seguito mentre si delineava la trama e la storia prendeva forma abbiamo lavorato sulla tabella DIC ( domande, impressioni connessioni) e sulla evoluzione dei personaggi.

Questa parte è stata difficile. I miei studenti non hanno dimestichezza con le storie ma, a poco a poco, un mondo ha preso vita nei loro cuori.

Ogni giorno la domanda: leggiamo?

E così la strada si costruiva e la via si spianava.

Non ci farà mica leggere un libro? Dicevano. E intanto l’hanno letto in profondità con me.

Oggi ultimi due capitoli. Prima le previsioni sull’esito e poi nel silenzio totale la mia lettura.

Il finale non ha sorpreso perché in parte erano già dentro alla storia e avevano capito. Ma tutti hanno fatto una lunga chiacchierata con me e fra loro.

Conclusioni.

La comunità di lettori ha dialogato e mediato il significato del testo letto restituendone uno proprio, espresso con le sue parole. Credo ne verrà fuori un lap book collettivo o qualcosa di simile. Io ho fatto solo da moderatore e a volte ho ispirato qualche pensiero.

Vederli discutere e scrivere sul leggere è stata una soddisfazione. Nell’intervallo confrontavano le interpretazioni ed hanno fermato il prof. di sostegno per raccontargli la fine. Anche lui fa parte della comunità e doveva essere tenuto al corrente. Questi ragazzi spesso disprezzati da altri colleghi, ripetenti, svogliati, problematici si sono appassionati ad una storia. L’hanno vissuta con me e io con loro. Hanno parlato di Blue e Hopper come di persone vere, di loro.

Vedremo se il passaggio al testo scritto senza figure sarà possibile e proficuo.

Una cosa è sicura: per ora ho vinto io. Uno a zero.

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Ode ai miei studenti

I miei studenti “non vengono”a scuola.
Ci capitano. Ma quando ci sono, ci stanno con tutto il loro essere privi e stanchi e delusi.Non nascondono nulla del loro essere umani. Non fingono per farti piacere, semplicemente sono. E ti sbattono in faccia la vita.
I miei studenti sono gli ultimi, a volte. Gli ultimi per le scuole precedenti, gli ultimi arrivati, gli ultimi per molti colleghi che mi dicono “poverina! ” quando sanno dove insegno. Ma sono i primi nella vita vera. Sono i primi a capire se hai un cuore e non fingi, sono i primi a restituirti sorrisi se sorridi, sono i primi (e gli unici ) a tornare in Istituto dopo anni e anni a ringraziare.
I miei studenti (dicono) sono maleducati e cafoni e poco scolarizzati e difficili. È vero lo sono, a volte. Ma i miei studenti,a 15 anni, hanno più vita appiccicata alla pelle che certi uomini di 60. E dico di vita dura, difficile, di tragedie, di espedienti per campare, “di traslochi e di fatica”, ( cit. poesia di Andre) di solitudine, di paura. A 15 anni le armi per districarti non le hai. E vengono a scuola per trovarle quelle armi, quei sogni negati, quel futuro stracciato.
I miei studenti sono provocatori nati. Sono adolescenti e provocatori e oppositori come tutti gli adolescenti. Sono le viti storte, sono gli alberi piegati sul botro, sono la strada che non avete preso. Ma sono vivi e pulsanti. E ogni mattina aspettano che tu dia loro qualcosa. Che parli e ti riveli per quello che sei. Ti pretendono adulto, affidabile, solido. Ti chiedono regole,che non rispettano a volte, ma vogliono. Ti guardano negli occhi e non si nascondono. Rispondono a loro modo , ma rispondono.
I miei studenti studiano. Se li appassioni, se non li mortifichi, se costruisci senso.
Se fai loro vedere bellezza, bellezza restituiscono. Moltiplicata per mille. Perché danno valore alla vita che a loro costa sì cara.
I miei studenti mi scrivono di sera messaggi gentili e mi augurano buona notte.
I miei studenti sono fatti della natura dei sogni. Ma ancora non lo sanno, e mi sfidano a farli volare. Ed io ogni giorno ci provo.

elena_mirandola_-_cuore_grande

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Orientarsi sotto le stelle

«Quando sollevi lo sguardo verso il cielo stellato, il mondo prodigiosamente si trasforma.»

Percorso didattico di “Orientamento narrativo”

Laboratorio sull’albo illustrato “UNA SPLENDIDA NOTTE STELLATA” di Jimmy Liao

Il laboratorio ha lo scopo di aiutare i ragazzi, attraverso la narrazione poetica e potente di Jimmy Liao e delle sue immagini, a ritrovare nel testo alcune delle inquietudini tipiche dell’adolescenza, a sapersi dunque rivedere in un libro, a ricercare in esso se stessi e una parte della propria vita.

In adolescenza il percorso di riconoscimento della propria identità è fondamentale e spesso faticoso se non addirittura doloroso.

Attraverso immagini e parole l’albo permette a qualsiasi lettore, anche agli adulti, di immergersi in un mondo narrato dove potersi ritrovare e dare parole a ciò che spesso si percepisce o si vive, ma non si riesce ad esprimere.

Il percorso è articolato in 5 tappe di immersione nel testo tramite le tecniche del “Reading Workshop” (cfr. https://italianwritingteachers.wordpress.com )

Tappa numero 1. Le 10 parole

Dopo la costruzione di un setting adeguato (si suggerisce cerchio o angolo lettura) l’insegnante legge ad alta voce il testo ai ragazzi. L’insegnante mostra le immagini. Il libro viene poi fatto circolare tra i ragazzi con il compito di osservare testi e immagini ad esso collegate. Si possono scannerizzare le immagini ( anche con un semplice smartphone) e proiettarle in pdf alla LIM per una visione completa ed immersiva.

I ragazzi annotano su un taccuino una loro impressione sul testo scrivendo dieci parole ispirate dal testo ( verbi nomi). Si procede quindi a stendere una lista di 10 parole della classe. I ragazzi scelgono quindi tre parole dalle loro liste. inserendo queste tre parole dovranno scrivere una annotazione sul taccuino che parta dunque la testo letto e lo colleghi alla loro esperienza personale o a quello che del testo li ha particolarmente colpiti. Al termine senza forzare nessuno si dà la possibilità a chi vuole di leggere quanto annotato.

Tappa numero 2 Graffiti Boards

Dopo una seconda lettura, Divisi in gruppi (di tre max) i ragazzi usano un foglio di carta da spolvero per costruire una Graffiti Board cioè una lavagna o tavola visuale che contenga “graffiti” cioè una collezione di disegni, parole, frasi, simboli e quanto altro ispirata a testo e alle sue immagini.

(Occorrono carta da spolvero, pennarelli, post it colorati, matite, matite colorate, colla).

al termine ogni gruppo illustra secondo un form stabilito dal docente agli altri il lavoro svolto e attua lavoro di meta cognizione ( Come abbiamo lavorato? Qual è stato un elemento positivo e uno negativo nel nostro lavoro?)

Tappa 3 Sì, ma perché…..(attuo inferenze sul testo)

Dopo aver di nuovo osservato attentamente immagini e testo, ogni ragazzo compila la seguente tabella sul taccuino:

Personaggio

Una cosa che dice o fa. Perché? (a mio avviso)

Esempio :

La ragazza difende il suo amico dai teppisti

Non vuole che rimanga solo nel pericolo, gli vuole bene

Nella parte finale i ragazzi leggono e la classe commenta, con il docente, quanto emerso.

Tappa 4 Frasi e immagini che rivelano

Dopo aver rivisto il libro i ragazzi compongono una tabella in questo modo:

Frase che rivela Cosa rivela

Immagine che rivela Cosa rivela

La scelta delle frasi è libera come quelle delle immagini. Ogni studente può sceglierne una o più di una e scrivere cosa gli ha rivelato, suggerito , fatto capire quella parte di testo o quella immagine e possibilmente perché.

( lavoro sull’inferenza)

Tappa 5 Immagine e parole

In questa lettura i ragazzi si concentrano sulle immagini in particolare quelle che li hanno colpiti o quelle che ricordano meglio.

Scelgono una immagina corredata dal testo e fanno questa attività:

Analisi delle interazione testo immagine:

immagine e testo sono corrispondenti. cioè simmetriche: forniscono gli stessi elementi di lettura

Immagine e testo sono contraddittori , non corrispondono: l’immagine suggerisce una interpretazione il testo fornisce dati differenti

immagini e testo hanno una interazione potenziata: le immagini aggiungono qualcosa al testo.

In tutti i casi occorre spiegare perché e cosa.

Ogni alunno ADOTTA poi una sua immagine del CUORE e sarà quella sulla quale si esprimerà nell’incontro fra i due istituti, motivandone la scelta.

Poiché il testo contiene molti riferimenti ad autori importanti della storia dell’arte sarebbe importante individuarli e scoprire il nesso che li lega al testo. (esempio Van Gogh, Magritte).

Sarebbe anche opportuno far riflettere i ragazzi sul perché compaiono anche immagini senza testo e in quale fase del racconto.

Bibliografia:

Frank Serafini “Lesson in Comprehension” Heinemann

Jennifer Serravallo “ Reading Strategies Book”

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Intervallo

Oggi il giornale cittadino titola a grandi lettere che in una scuola di qui, dove lavoravo lo scorso anno, per punizione è stato sospeso l’intervallo per tre giorni.

L’intervallo sarebbe quel momento di pausa tra le lezioni della mattinata.

Non conosco le motivazioni, nè l’accaduto. Dunque non posso giudicare. Il giornale non mi pare fonte ufficialmente affidabile.

Però conosco quella scuola e so che decisioni del genere erano già state prese in passato, più volte.

Quindi io non giudico, rifletto perché leggere titoli del genere mi fa molto male.

Io credo nella scuola, fortemente come ambiente di apprendimento e di inclusione. Uno dei pochi luoghi democratici ( forse) rimasti. Almeno nelle intenzioni. So che si potrebbe obiettare molto su ciò ma sorvolo. Dunque un ambiente dove si apprende . Cosa in primis? Basta leggere le Linee guida. Ad essere cittadini e a stare nel mondo con criterio e strumenti adeguati. Tutti sanno che si impara con l’esempio, spesso. Ma quale esempio? Chi può davvero dire di essere stato per questi ragazzi un adulto esemplare? Chi può davvero, facendosi un esame di coscienza, dire che davvero abbiamo messo in atto gli strumenti idonei a creare sempre cittadini e non esseri umani da ingabbiare in classe per punizione?

Sé questa punizione, già presa in passato, viene reiterata forse non ha del tutto funzionato. Forse reprimere con i nostri adolescenti di oggi non ha più il senso che aveva un tempo.

Lavoro in una scuola che amo e che da tutti è considerata “l’ultima spiaggia”. Molti docenti non ci vogliono rimanere. Se ne vanno dopo pochi giorni. È vero i ragazzi spesso osano, provocano, esagerano. Ma nessuno ci ha mai detto che il nostro sia un lavoro facile. Un lavoro non per tutti . Questo sì. Eppure nella mia scuola mai, dico mai, sospendiamo l’intervallo.  Come ai detenuti  l’ora d’aria. Semplicemente perché si parla e c’è sotto un progetto educativo condiviso.

Senza di esso insegnare  è impossibile, senza la creazione di un clima, di una comunità che non divide bravi e cattivi ma restituisce a tutti il dovuto. Il suo dovuto. Alla persona singola non alla massa di studenti nel suo insieme. Unicuique suum. In tutti i sensi. Nel richiamare ciascuno al rispetto delle regole, ma anche nel dare a ciascuno la dovuta attenzione educativa, la cura che esso esige come individuo. Non credo si educhi alle regole con azioni punitive. Purtroppo anche la pedagogia contemporanea, la psicologia, le didattiche recenti lo confermano e lo insegnano a chiare lettere.

Che peccato vedere titoli così sul giornale. Fa male a me e anche alla scuola.

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La valigia per Follonica, al ritorno

 

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Sono tornata ieri sera distrutta  ma felice da Follonica dove ho partecipato al convegno “Le storie siamo noi” di Simone Giusti e Federico Batini.

Ho condotto con Sara Moretti di T21 un laboratorio che ha ripercorso in breve il nostro lavoro “Origini” che contamina Writing Workshop e teatro sociale.

Non voglio raccontare del laboratorio in sé: il materiale è on line e se ne è già parlato  qui. Vorrei invece dire cosa mi porta a casa nella mia valigia per Follonica.

Mi porto a casa tanti sorrisi e incoraggiamenti: i volti sorridenti delle colleghe IWT e di tante altre che ho avuto il piacere di conoscere.

Mi porto a casa l’idea germogliata dalle  delicate e profonde parole  del Prof. Andrea Smorti. “Le narrazioni sono la moneta corrente della cultura” “Esiste un modo di apprendere narrativo” ” Nella narrazione tutti abbiamo in comune l’attesa: lo stato delle cose che è lecito aspettarsi poiché prevedibile per esperienza; l’apprendimento nasce quando questa attesa è violata o complicata da qualcosa, consiste infatti nel superamento di questa violazione tramite modi e mezzi inventati dall’essere umano.” “L’essere umano è un costruttore di aspettative ed esse nascono quando conserviamo la capacità di sorprenderci  e di sostare dentro di essa”. ” Gli studi  sui processi narrativi  e le funzioni cerebrali ad essi sottesi ci inducono a ritenere  che passato presente e futuro siano categorie legate indissolubilmente  e non possano essere intese separatamente”.

Quanto questo mi riguarda come docente di letteratura! Quanto mi invita a riflettere sul serio.  Non è dunque certo la “Storia” della letteratura che crea cultura e apprendimento quanto il pensiero narrativo. Non è il sapere che Giacomo è nato nel 1798. Ma il leggere nei suoi versi una aspettativa violata, che coinvolge  anche me e che mi riconduce alla forza del testo letto e scritto e al perché leggere e scrivere ci insegna e ci aiuta. E’ nelle parole dei suoi testi, nel naufragare nel suo mare che trovo ciò che può ancora oggi parlare ai miei studenti. che sapranno cogliere e mettere a frutto quando finalmente collegheranno letteratura e vita e si porranno in quella dimensione di sorpresa perenne che, in fondo, caratterizza ogni buon lettore. Poi metteremo dentro, certo, la biografia di Giacomo, la lettera a Pietro Giordani, i passi dello Zibaldone, il volto sofferto e tenero di Elio Germano che ho scolpito nel mio cuore. E allora ecco che forse scatterà l’apprendimento, quello vero, che rimane per sempre, che tollera perfino che ti dimentichi la data rinascita e di morte ma che ti fa ricordare una siepe, un colle, un vento e tutte le siepi e i colli e i venti della tua vita.

Mi porto a casa l’incontro con le passioni combustibili di  Agnese Radaelli. I molti spunti di lavoro che certo userò. I suoi occhi felici di comunicatrice eccellente, la sua capacità di essere lì per noi e con noi. Ho appreso tanto in due ore di laboratorio, ho avuto idee per lavorare almeno per un intero anno scolastico. Ho scoperto con gioia che esiste un mondo di giovani editor appassionati e competenti capace di creare cultura con occhi diversi, quelli di cui oggi abbiamo davvero bisogno.

Mi porto a casa l’accento siciliano e le storie della carriera di docente del prof. Cometa, grande affabulatore e studioso di letterature comparate a Palermo. Mi porto il ricordo dei suoi alunni alla scuola media di Motta Camastra, le parole con cui ci ha chiarito una volta per tutte che narrare è “costruzione del sé”. Che la nostra mente ragiona in termini narrativi e che quindi  la metafora è una categoria del nostro pensiero. Che la narrazione esisteva prima che l’uomo stesso  avesse inventato il linguaggio. e che dunque la narrazione è spesso la CURA  che ci aiuta a superare la paura della morte, l’ansia di essere ominidi  difettosi che sperimentano strategie di sopravvivenza, immaginandosela.

Anche questo mi riguarda profondamente. Non è forse ciò che faccio quando leggo letteratura con i ragazzi? Quando cerco di farli stupire di una parola, di modo di essere di un personaggio, di un verso di una poesia? Non è questo in fondo che ci aiuta a diventare lettori consapevoli e migliori? A trovare la “necessità” della letteratura?

Mi porto a casa le parole della Prof.ssa Vanessa Roghi su Don Milani. Le riflessioni sui “veri reati della scuola” e sulla scuola di classe che tutti  si beano di dire superata e che invece esiste ed è profondamente radicata nel nostro stesso modo di concepire “l’istruzione” (parola che odio, alla quale sostituisco educazione), la lettura  e la scrittura. Mi porto i riferimenti a Starnone, a Lodi,  a Freire . Mi porto a casa l’idea di sostituire il punto di vista dello sconfitto, che definisce le persone da ciò che non sono, con il punto di vista  di chi si attiva, produce processi di mobilità sociale anche all’interno della scuola , dell’aula dove la letteratura, in quanto bellezza, non si nega a nessuno, nemmeno a “quelli delle professionali”, e aiuta tutti a riconoscersi e a promuovere la propria vita.

Il ” potere della parola” era il titolo della relazione della prof.ssa Roghi. Ed è anche il pensiero con cui finisco la mia riflessione. Il potere della parola anche quando è scorretta, è scomoda, è reppata, è intrisa di fatica, è urlata, è storta. E’ dolore puro come in questa poesia del mio studente Alin, affogato  nel mare magnum della dispersione che ogni giorno spero di rivedere tra i banchi. Il potere delle sue parole rimarrà per sempre nel mio cuore con il rimpianto che, con lui, io invece non ce l’ho fatta.

Vengo da una sigaretta spenta

 e la voglia sfrenata di consumarla col vento

Vengo dalla gola secca

simile ad un deserto completamente arido

Vengo dalle discussioni in famiglia

fucilate nel petto

Vengo da una lingua in fiamme

Vengo immaginando un fiume

di lava in bocca

Vengo dagli amici in lontananza

e la voglia di scappare per raggiungerli

Vengo da un luogo accogliente

e l’odore di pulito nell’aria

Vengo dalla tomba di mio padre

non avendola mai neanche toccata

Vengo dalla musica

il suo suono assordante, rimbombante in testa

Vengo da una calda pizza

e il suo gusto eccezionale

Vengo dai miei errori e le mie scelte

che mi hanno cresciuto fino ad oggi.

 

 

 

 

 

 

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