Soddisfazioni di mercoledì

Oggi ho avuto qualche buona idea e qualche soddisfazione.

  1. La mia geografia della bellezza funziona. Evidentemente, di fronte al bello che lo spettacolo del mondo ci offre, anche i più riottosi hanno ceduto. Abbiamo visto un video sui 10 luoghi più belli del mondo, dopo aver fatto previsioni di quali avrebbero potuto essere (a volte azzeccate) e di dove essi fossero. Guardavano quelle immagini con gli occhi di chi le vede (e forse lo era) per la prima volta. Quindi tutti sul planisfero muto a rintracciarli. La classe che, entrata il primo giorno (4 lezioni fa), nemmeno si era accorta che io ci fossi, mi ha ascoltato, seguito e lavorato. Un po’. Ma sono contenta.
  2. Il percorso sui cambiamenti e l’adolescenza in seconda  continua. Dopo l’analisi dei cambiamenti del nostro volto riflesso in tre specchi disegnati sul quaderno ( il mio volto, quello che vorrei, quello che non vorrei mai avere), complice una lettura dal “Conte di Monte Cristo” dove Edmond Dantes si specchia per la prima volta dopo tutti gli anni di carcere, oggi abbiamo affrontato il bruco che diventa farfalla, l’adolescente brutto anatroccolo e il film “The butterfly circus”. Un successone. Dopo lungo e approfondito dibattito ognuno ha scelto una immagine del film e ne abbiamo cavato dieci parole, poi cinque, poi tre su cui abbiamo iniziato a scrivere un incipit o una poesia.
  3. Nella altra mia seconda partendo da un racconto di Alberto Moravia abbiamo analizzato le “Etichette” che ognuno si porta addosso e che gli altri ci costringono a volte a indossare. Disegnate sul quaderno e riempite  di parole, nel momento della condivisione del laboratorio sono state oggetto di lungo confronto. Da esse ripartiremo per scrivere un pezzo argomentativo sulla opportunità di giudicare gli altri dall’aspetto fisico o sui diversi punti di vista con cui possiamo guardarci. Introdurrò Pirandello che per i miei ragazzi sarà una bella lotta.  Abbiamo finito leggendo, dal libro “Via dalla pazza guerra”di Alidad Shiri, brani che ci serviranno per porgli domande quando lo incontreremo il 16 dicembre a scuola.

Good job guys🙂 è proprio il caso di dirlo.

(A. ha scritto nelle etichette: “Uno che ce la può fare di sicuro” come dice la prof. Minuto)

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Il senso di un addestramento

Riflettevo, ieri, su quale fosse infine il senso del mio lavoro di insegnante di Italiano, dopo una riunione sui risultati iNVALSI.

La parola addestramento le sento davvero estranea. E’ così che voglio lavorare? Devo addestrare qualcuno a fare qualcosa? No, non credo proprio. Tutta questa enfasi sul risultato, legittima ovviamente, io non riesco a condividerla. Come se tutto si riducesse ad una gara, ad una classifica. Non credo sia questo lo scopo.

Non amo le prove Invalsi ma le ho sempre fatte e svolte con il massimo della serietà e tutto l’impegno possibile. Lo stato me lo chiede, è il mio lavoro, lo faccio. Ma forse sarebbe il caso che noi docenti le usassimo diversamente. Non per chiederci cosa fare per prepararle (ammesso che si possa) e far alzare la media del rendimento ai nostri studenti. Ma per chiederci, se mai, come le prove possano influire sulla mia didattica, come le posso usare per migliorare il mio percorso di docente. Capovolgere la prospettiva, insomma. Il percorso, non il prodotto. Come tutta la pedagogia odierna sembra insegnare.

Le prove Invalsi accertano e misurano, non valutano, competenze. Forse dovremmo chiederci cosa esse siano realmente e se lavoriamo  davvero su una didattica per competenze e non solo su contenuti. Forse dovremmo aggiornarci su come si insegnano le competenze, perché si può, ma non certo con una lezione frontale o non comunque solo con quella.

Forse dovremo infischiarcene degli esiti che ci posizionano sotto o sopra i livelli di qualche altro e invece di pensare ad addestrare, pensare  ad una didattica su compiti autentici che sviluppi quella competenza sacrosanta che l’Invalsi richiede.

Così oggi, per trovare senso, partendo da don Abbondio, dalla litote e dalla similitudine ho dato ai ragazzi il permesso di usare il cellulare e in una veloce attività laboratoriale la possibilità di testare due competenze basilari, anzi tre: trovare fonti sul web, sintetizzarle e  preparare una breve esposizione orale su uno dei personaggi proposti rispondendo alla domanda: “E’ un Don Abbondio o no? e se no perché?” E’ andata molto bene, gli studenti l’hanno presa molto seriamente, hanno prodotto brevi esposizioni complete ed esaustive il tutto in 15 /20 minuti.

Non male. Sono contenta. Con buona pace dell’Invalsi, delle classifiche e dell’addestramento.

Qui il lavoro in una prezi.

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Scrivere dello scrivere

 Fanno seconda Ipsia elettrici, ma qualcuno deve insegnar loro che si può scrivere, si deve scrivere, che scrivere fa bene, aiuta, ti rende vero, ti fornisce strumenti di analisi del reale. Scrivere é richiesto dalla scuola. Ci sarà anche per loro una prima prova di maturità, come per tutti gli altri.

E allora scriveranno. Io credo fortemente che serva.

E  come si impara a scrivere?

Facendo un tema al mese che io sola leggo e correggo. Loro guardano il voto. Le correzioni neanche le leggono. No.

Io credo che a scrivere si impari praticando quanto più possibile la scrittura in classe, in laboratorio e in primis scrivendo di ciò che si conosce: noi stessi. Il testo autobiografico é perfetto. Per iniziare.

Ma prof. non so che scrivere? Leggi sul tuo quaderno, sulle tue liste, sui nostri attivatori, sulla mappa del cuore o della mano. E sui tuoi appunti. Scegli.

Cosa? Un tuo territorio di scrittura. E poi? Poi inizi dall’incipit. Non sono capace. Non ci riesco. Allora ascolta come ha cominciato Dickens, anzi Sallinger o meglio John Fante.

E adesso? Adesso prova tu. Io sono qui e mi chiami se ti servo.

Prof., vorrei niziare con un dialogo come faccio?

Vorrei scrivere della morte di mia sorella. Ho iniziato ma fa male prof. Non ci voglio pensare, cambio argomento. Potrei parlare della separazione dei miei? Ma lo legge solo lei, però.

Io non scrivo, non ne ho voglia. Provi con me? Forse. Non mi piace niente, nemmeno un argomento. Quando si ripasso, l’incipit era ” Non avevo mai preso un pesce vero in mano. Morto, ma vero”

Io ho finito. Ma son tre righe! Non mi viene in mente altro. Allora leggi cosa abbiamo scritto sul descrivere con i 5 sensi. Allunga qua.

Prof, legga. “PERIFERIA” é il titolo. L’ho preso dall’elenco dei miei luoghi del cuore. É bellissimo, Andre. Gli occhi si illuminano. Faccio il rapper prof! Si vede Andre! Ci lavori ancora un po’ ? Sì, credevo di avere finito, ma dá lontano sto foglio é tutto un blocco. Mi sa che manca il flow. Lo riguardo.

Ecco. Bravo.

Lezione finita.

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Tappe 2 e 3: Tuffo nei ricordi. Contrasti e contraddizioni.

Contrasti e contraddizioni

Tuffo nei ricordi

Ecco qua. altri due momenti che userò per l’analisi dei Promessi Sposi e di altri testi da leggere in classe. Vediamo se funziona. Io ci credo.

Credo che la lettura vada fatta amare e che solo sperimentandola da vicino funzioni. Credo che solo chi la ama trasmetta amore per essa.

Credo che nulla è troppo difficile se trovi il gancio che ti può permettere di parlare con gli adolescenti di oggi, di una scelta fatta per obbligo o di un comportamento dettato da un passato pesante e inaccettabile. Tematiche che parlano a tutti . Anche al cuore di un adolescente del XXI secolo.

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Momento lampadina

Momento lampadina

Sto iniziando il percorso del laboratorio di lettura. Come insegna il nostro metodo “Note and notice”.  Da mercoledì ci proviamo.

Ho scelto il racconto “Il Rinoceronte” di M. Lodoli. il seguito alla prossima puntata.

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Che cosa succede al nostro IO quando leggiamo

Da leggere e meditare.

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di Massimo Recalcati*

libriUn nuovo tabù invade il nostro tempo: è il tabù della lettura. Il lamento è unanime: non si legge più, non si acquistano più libri né giornali, non si dedica più tempo alla pratica della lettura. Meglio l’accesso immediato alle immagini, meglio il loro consumo rapido. Sappiamo bene che la lettura non è un esercizio facile; implica pensiero, applicazione, concentrazione, solitudine. Un libro non è un programma televisivo; leggere implica la pazienza del tempo, non risponde al consumo senza filtri dell’immagine.

Ma cosa accade quando leggiamo? Prendiamo le cose alla loro origine. Per leggere bisogna ovviamente conoscere la lingua nella quale il libro è scritto. Ma qual è stata la nostra prima lingua? La prima lingua non è stata quella di cui si nutre a prima vista la lettura. La prima lingua non è la lingua nazionale, quella stabilita dal codice del linguaggio, ma una lingua…

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L’Invalsi non è

La prova INVALSI nazionale non è la scuola. Non esaurisce tutto ciò che io faccio o cerco di fare a scuola. Non è l’insegnamento della mia disciplina. Non è una valutazione del mio operato, non è una valutazione della scuola, né dei suoi docenti.

La prova Invalsi non riassume tutte le doti né le caratteristiche di un buon lettore né scrittore. La prova Invalsi non è diversificata per tipologia di scuola, né per tipologia di alunni. La prova Invalsi non tiene conto delle peculiarità di ogni percorso didattico, non ricorda che esiste l’insegnamento individualizzato, che non è possibile valutare tutti alla stessa maniera proprio perché siamo tutti diversi e raggiungiamo lo stesso obiettivo con percorsi diversi.

La prova Invalsi non è da prendere sottogamba o da sottovalutare,  è semplicemente una delle tante prove a cui sottoporre gli studenti durante l’anno. La prova Invalsi non decide della mia didattica né della mia bravura come docente, spesso nemmeno di quella degli studenti.

La prova Invalsi non può essere superata solo tramite l’addestramento o le simulazioni. La prova Invalsi non è centrale nella mia didattica, non mi angoscia e francamente mi interessa poco.

La prova Invalsi non può essere considerata primario scopo di una a azione didattica, qualsiasi essa sia. La prova Invalsi non è. Punto.

Perché in un mondo in cui  sempre di più tutti seguono percorsi diversi e mai standardizzati,  dove la scuola ogni giorno combatte per IN-segnare ,”ognuno è storto a suo modo ed e educare vuol dire prendersi cura della stortura di ognuno” (Massimo Recalcati)

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Percorso in 3 tappe per scrivere poesia

 

Scrivere  richiede una buona dose di coraggio. Scrivere ci fa riflettere su di noi, ci aiuta a conoscerci. per questo ho iniziato quest’anno il laboratorio di scrittura dalla poesia. Così si impara il peso delle parole e delle pause, si impara a scegliere, a dare valore, a meditare su tecniche e significati. Sulle parole “spesse” come le chiamiamo noi in classe. Le parole piatte non ci piacciono, le usano tutti. Noi siamo per quelle che raccontano, parlano, suggeriscono, strappano il cuore. O almeno ci si prova.

Qui la prima lezione con Caparezza, le parole, la china e Wislawa Szymborska.

Qui lezione su Dylan, il nobel, la musica e la poesia.

E qui quella che incorpora la lezione di scienze sulla cellula nel laboratorio di poesia.

Tutti possiamo provarci, proprio tutti.cuore-sbadato-05

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I libri

quando si scrive con il cuore e si ha una grande insegnante!

Scrittori#Lettori

I libri

I libri sono poesie e fantasie

I libri sono speciali perché non spariscono dal tuo cuore

I libri ti portano in un altro mondo

I libri sono come il tramonto

I libri sanno ascoltarti e amarti

I libri fogli incompresi

I libri immagini che non puoi decifrare

I libri contengono magia

I libri sono diversi come ogni persona

I libri sanno parlare

I libri non ti abbandonano mai e poi mai

I libri viaggiano nel tempo e non si fermano

I libri sono di tutti

(G.P.)

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Come finisco il mio testo? Appunti di scrittura di domenica mattina

new-piktochart_172_ebd020cbb7c626aefe833ff217ca3ce85ba403baA scrivere si impara. Anche. Esiste il talento, quella sensibilità per la parola, le storie , le pause, i silenzi, i pensieri che non tutti hanno. Va bene.

Però esiste anche la tecnica. Sto lavorando sul testo autobiografico in seconda meccanici, non proprio una classe di scrittori, diciamocelo. Ma ci si prova.

Insegno da ormai 29 anni e fino a pochi anni fa mi sono sempre chiesta:” Perché quegli alunni che scrivono male a settembre a giugno scrivono ancora nello stesso modo? Cos è che non va nel mio modo di insegnare la scrittura?”

Adesso lo so. Dovevo scegliere un approccio laboratoriale e più creativo. Scrivere è sempre una scelta, è prendere posizione di fronte alla realtà e dire per scritto ciò che mi passa per la testa. Se questa realtà mi è avulsa, lontana, odiosa non scriverò mai.O meglio scriverò ma non migliorerò perché non posso dedicare tempo e sforzo ad un qualcosa che percepisco inutile e lontano. E dunque ora lavoro così grazie  a Jenny Poletti e ad altre fantastiche colleghe.

Domani lavoreremo sulla conclusione del testo come si vede sopra. Il come iniziare già lo abbiamo affrontato. A mio modo certo, copiando da incipit famosi o sperimentando sequenze diverse. Si impara copiando, lo dico sempre. e gli studenti strabuzzano gli occhi e ridono, sotto i baffi . (veri).

Ma io rido insieme a loro: non sanno quanto il copiare intelligente sia fondamentale nella vita.

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