Imparare a leggere

Imparare a leggere. Non insegnare. Io parto dal presupposto che tutto si può imparare. L’attitudine dell’uomo è naturalmente l’apprendimento. Tutti possono quindi imparare a leggere perché leggere non è una capacità innata, come parlare o camminare.

Occorre esercitarsi ed essere circondato da adulti che leggono e condividono con te il piacere della lettura. Chambers lo dice nel suo libro (“Il lettore infinito”) e come lui molti altri.

Allora io provo a far capire ai ragazzi che fra di loro si nascondono lettori, potenziali lettori forti, lettori appassionati, lettori scrupolosi, lettori per la vita. Che anche loro possono ( e devono) trovare la loro Reading zone.

In prima meccanici sto facendo così:

  • Ho prima iniziato a costruire una comunità di studenti, non di lettori. Studenti che diventeranno lettori. Ho creduto che avrebbero letto e che potevamo farcela.
  • Ho iniziato con gli albi illustrati, con un percorso graduale di avvicinamento e accerchiamento
  • Ho praticato tantissima lettura ad alta voce, graduale ma ricorsiva. Prima albi, poesie ( una alla settimana) poi una graphic novel, poi racconti sempre più lunghi.
  • Da poco ho introdotto la lettura individuale in classe.

Nonostante le mie aspettative traballanti, sta andando benissimo. Nessuno protesta. Anzi. Vogliono leggere tanto. Vogliono continuare. Abbiamo iniziato con 5 minuti ( perché io ero preoccupata) ma già il primo giorno eravamo a 14. Adesso 30 minuti e oggi se io non li avessi interrotti avrebbero continuato. Ma c’era il tempo della condivisione. Non possiamo farne a meno.

I libri si consultano e passano a volte di mano. Alcuni hanno trovato cosa fa per loro. Altri ancora no. Nel mio trolley di 40 libri devo aggiungere altri titoli forse. I “post it” crescono fra le pagine. I graphic organizers vengono ripresi dal quaderno.

E, cosa più incredibile, c’è silenzio, un silenzio assoluto e inspiegabile.

Stiamo elaborando un cartello da mettere sulla porta. Non entrate, stiamo leggendo.

Una delle scommesse più forti e azzardate della mia vita, sta per essere vinta.

Sono felice.

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Come Eugenio

IMG_6766Il mio lavoro mi dona davvero grandi sorprese. Abbiamo iniziato il laboratorio di teatro sociale con Sara riflettendo sulla memoria e su cosa essa sia per noi. Un laboratorio stimolante, “in tutti i sensi.”

Abbiamo lavorato bendati con tanti pezzetti  di vita davanti. Una magia che può fare solo Sara che viene a scuola con l’acqua di mare e le pietre in un barattolo, i plasmon, il muschio del bosco, i rami di pino, le caramelle gommose, la camomilla e la menta. Tutti, tanti, oggetti stimolatori di ricordi.

E dopo averli riconosciuti da bendati, abbiamo elaborato i nostri ricordi e scritti sul taccuino. I ricordi del “corpo”, dell’olfatto, del tatto. C’era silenzio, non troppo, fra le esclamazioni stupite di quando uno  riconosceva qualcosa di noto, ma da tempo dimenticato.

Poi io ho lavorato su Montale come vedete qui sotto. Ho ripreso mini lesson dell’anno scorso ( sul correlativo oggettivo) e ho parlato ( brevemente) del poeta Eugenio che faceva una scuola tecnica ma scriveva poesie da premio Nobel.

Ed ecco che esce  la potenza del WRW. Ricalchiamo Montale per parlare di noi. Svelati i meccanismi. tutti, ma proprio tutti scrivono. E non si accontentano di quello che viene, discutono parole, versi lunghi o brevi, ritmo, scelgono vocaboli. Non ho mai visto tanta attenzione. “Scagliare” è meglio di “gettare” perché suona “più duro, “nella valle” si aggiunge perché se no il verso è troppo breve e cade il ritmo. Il palloncino è rosso nel ricordo ma meglio tanti che pochi, lo metto plurale.

E poi quello che mi ha più colpito: io lo voglio cancellare il ricordo del dolore, prof. Non come il poeta che dice che lo vuol tenere. La poesia quindi io la faccio al contrario. “Spugna cancella…”

 

 

 

Made with Padlet
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Della pratica riflessiva ovvero del qui e orale

Poco tempo fa in un incontro savonese con il prof. Simone Giusti ho segnato sul mio taccuino la sua frase “insegnare qui ed ora” non “lì e altrove”.

Ho pensato che è proprio una precisa definizione di quello che guida spesso me e il gruppo IWT e cioè la pratica riflessiva. Che tipo di docente sono io o voglio essere? Questa è la prima domanda che mi pongo.

E poi: cosa vuol dire per me oggi insegnare italiano? Cosa voglio che i miei studenti imparino? Quali abilità e quali competenze devono avere per stare nel mondo del XXI secolo? E soprattutto chi sono oggi questi studenti?

Per me è abbastanza evidente che essi non sono più quelli di dieci o forse anche cinque anni fa. Non rimpiango affatto quelli “di una volta”. Ammesso che fossero migliori ( io non credo, solo diversi) debbo però lavorare con quelli che ora ho nei miei banchi , hic et nunc.

Non posso cambiare una intera generazione di giovani e, anche se potessi, non vorrei. Li trovo adorabili così come sono. Con il loro essere giovani e tutto quello che nell’insieme ciò comporta. Non vorrei cambiarli, vorrei essere però per loro significativa e affidabile. Vorrei sperimentare percorsi di senso, ridare vita al loro modo asfittico di stare a scuola. Restituire dignità a tutti, dignità di studenti cioè di coloro ” che aspirano” a imparare qualcosa.

Non è facile. Ma, mi chiedo, se non lo fa la scuola tutto ciò, chi lo potrà mai fare? Chi potrà mai attrezzarli per renderli cittadini attivi, uomini e donne consapevoli che possiedono strumenti di pensiero idonei a interpretare la complessità dell’oggi?

Molti colleghi pubblicano sui social gli strafalcioni dei loro allievi. Certi davvero grossolani e risibili. A me però non fanno ridere per niente. Se mai mi pongono domande, mi interrogano. Io non lo faccio mai, lo trovo poco onesto nei loro confronti. Non riesco a deriderli se convertono parole in altre con senso diverso, se pigliano grandiosi abbagli in storia o geografia. Piuttosto mi domando perché. E la risposta che mi do è sempre che io devo avere sbagliato qualcosa. Perché io insegno, loro imparano. Sono il mio specchio imperfetto, magari deformato, ma lo sono.

E allora ecco il senso della pratica riflessiva. A Sfide dove sono stata recentemente mi sono interrogata su mio retroterra di docente. Da dove vengo? Quale idea di scuola ho? Che strada intendo seguire?

Solo così posso trovare senso in quello che faccio. Oggi ad esempio la quantità di informazioni e conoscenze che tutti hanno a disposizione è enorme. Sono pertanto sicura che il mio ruolo sia, come lo era per i miei prof, quello di passarmi sapere? O forse non dovrei aiutarli a destreggiarsi in mezzo a questo enorme serbatoio di vita e notizie che è il web e da cui loro attingono ogni giorno? Come la mettiamo poi con la letteratura? Se una volta bastava la vita del mio amato Giacomo a spiegare qualche suo verso e una buona parafrasi oggi questo non basta più. Non può bastare perché fuori, nel mondo, c’è altro. C’è di più e di meglio. E allora io li devo tenere attaccati al mio Giacomo, perché lo amino come me e perché risuoni in loro come deve essere, in altro modo.

Questo io credo. Quando Simone Giusti ha detto qui ed ora io ho pensato ai volti e agli occhi che ho davanti ogni giorno. Sono loro il mio qui. Ed il mio ora sono le loro domande, a volte mute, alle quali non voglio né posso sottrarmi.

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Le cose di Anna.

Ho fortemente voluto la partecipazione dei miei studenti al concorso Aned sulla Shoa. Di questi tempi è importante. L’ho fortemente voluto come compiti autentico: scrivere per essere letti e essere anche giudicati in questo caso.

Non volevano partecipare. Molti. “Non siamo del Liceo prof!” “Tanto non vinciamo” “È roba per quelli bravi”. Io ho insistito  e alla fine l’abbiamo fatto.

Tema: il ritorno

Percorso. Ho deciso di parlare del non ritorno. Quelli che NON sono tornati e, soprattutto, quelli che sono rimasti ad aspettare.

  • Abbiamo letto “L’albero di Anne” un illustrato molto affascinante. Lavorato sulle immagini, sul punto di vista delle cose. L’albero come protagonista di una storia. L’albero che racconta.
  • Abbiamo scoperto la memoria delle cose. E quindi affrontato l’idea che anche esse possano raccontare.
  • Abbiamo scelto quindi la “prosopopea”, un genere antico. Far parlare gli oggetti che restano, di un defunto.
  • Il diario di Anna è stato una miniera di idee. Certi suoi passi vivono di oggetti, di racconti di come le cose riempissero le sue giornate.
  • Abbiamo poi avuto la necessità di “vedere” con i nostri occhi. E allora c’è la visita virtuale della casa museo di Anna. In 3 D rivivi tutta la sua storia. Scopriamo nella sua camera gli oggetti della sua vita.
  • Ascoltiamo poi Liliana Segre. Anche il racconto di chi è tornato, invece, può essere utile. L’orrore si conosce solo dalle parole di chi l’ha visto.
  • Quindi laboratorio secondo la metodologia del WRW: scelta ( un oggetto) modeling ( un testo mio) scrittura autonoma, ML sulle tecniche( personificazione già fatta in poesia, punto di vista, 5 sensi e via dicendo)

Finito. In settimana abbiamo consegnato. Una fatica immane, in effetti. Perché per certi miei studenti scrivere è davvero fatica. Se vieni dalla Nigeria o dall’Etiopia o dalle bocciature ripetute, scrivere è sempre una scommessa che accetti ma ne hai paura. Eppure hanno lavorato. Con impegno.

I risultati si vedranno. Non spero nella vincita, ma sono felice solo per il fatto che anche noi ci siamo messi in gioco e ci siamo in quel consesso, pronti ad essere giudicati.

A mio avviso qualcosa di bello c’è, in effetti.

Vi lascio qui un piccolo esempio.

Ciao Anna .

Ti ricordi di me?

La mia seta color di rosa. rosellino chiaro, senza di te ha smesso di brillare.

La polvere mi vuole far sparire come i soldati che ti hanno portata via. Da quel giorno le cose, qua dentro, sono cambiate.

Mi mancano le domeniche quando mi indossavi e ci guardavamo allo specchio e pensavamo e fantasticavamo della grande festa  per la Liberazione dei campi che avremmo fatto a fine della guerra.

Mi manca il calore e l’amore che mi davi.

Il tuo profumo rimarrà invece sempre nel mio cuore.

Guardarti mentre scrivevi mi rilassava e mi rendeva felice come quando i tuoi capelli mi facevano il solletico sul colletto.

Ora mi ritrovo solo nella casa al 263 di Prensengacht.

Adesso è un museo e una casa conosciuta da tutti.

Il tuo sogno si è avverato: ora sei una grande scrittrice.

Spero che non mi dimenticherai, mai nonostante gli anni passati, ti voglio bene.

Spero che tu, dovunque tu sia, sia felice.

Cordiali saluti dal tuo vestito migliore.

 

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Quel tipo mi interessa

Così mi ha detto G., un mio studente di prima meccanici, una prima che molti colleghi mal sopportano, con enormi problemi di gestione della classe. Una prima però che mi lascia leggere ad alta voce e ascolta in silenzio “perché la lettura é sacra, lo sappiamo prof”.

Non si riferiva a un suo amico, né ad un cantante, né ad un calciatore.

Lui si riferiva al protagonista del racconto di Jack London “Farsi un fuoco” che, grazie ai consigli di Matteo Biagi, stiamo leggendo in classe.

Il protagonista non ha nome, si chiama “l’uomo” e nemmeno il cane ha nome. Questo i ragazzi l’hanno notato subito. Chissá perché prof?

Ieri G.mi ha chiesto quando leggeremo ancora. Vuole sapere cosa succede all’uomo della storia. E in effetti siamo giunti ad un punto cruciale: l’uomo capisce che deve ( a più di 55 gradi sotto zero) accendere un fuoco.

Si è scatenata in classe una discussione accanita. Lascio sempre discutere, dopo la lettura, per negoziare significati con loro.

Questa volta siamo partiti dallo schema a Y ( domande, impressioni, connessioni) e via. Non la finivano più. Temevo l’effetto della lingua di London così pungente ( come il freddo) e inesorabile. Temevo che non avesse presa. Invece è avvenuto l’impensabile.

London ( come prima Almond e Dahl) li prendono dal profondo. Nessuno si tira indietro. Davanti alla storia loro reagiscono, cercano appigli, si fanno domande, come ogni vero lettore.

So che arriveremo ai circoli di lettura e alla lettura individuale silenziosa in classe. So che ci arriveremo perché devo crederci.

Come mi ha insegnato Jenny Poletti ” devi avere una fiducia incrollabile che leggeranno”.

E dopo le confidenze di G. ci credo ancora di più.

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The big problem

Finita la lettura del “Cigno” di Roald Dahl, nel silenzio dell’aula molte cose rimanevano sospese.

La nostra piccola comunità di lettori aveva qualcosa da dire di sicuro, un significato da condividere, un’idea del testo sulla quale negoziare significati. Così crescono e si alimentano i lettori. Facendo percorrere ad ognuno una strada , la sua dentro quel testo. Perché in fondo la lettura è questo: far risuonare parole dentro di sé.

E così ho proposto “The big problem”. Un graphic organizer che aiuta a raccogliere idee e a condividerle. Il grande problema, l’idea centrale, il tema. Di cosa ci vuole parlare Dahl in realtà? Perché questo testo così teso e serrato finisce in questo modo? Deludente, in fondo, dicevano alcuni.

A coppie o singolarmente ognuno ha lavorato per 10 minuti riempendo una parte dello schema. Poi abbiamo condiviso idee.

Ne è nata una forte discussione: il finale sembrava assurdo, ognuno voleva dire la sua.

M. propone:” Rileggiamolo prof!”

Ecco io qui ho capito che avevo fatto centro. Perché la proposta di rileggere nata da loro non è affatto scontata. Loro non leggono figuriamoci, se ri-leggono.

Ma qui c’era l’urgenza di dare senso ad un discorso, ad un dibattito. Chi aveva ragione? Peter come era arrivato nel prato? Quali parole singole descrivono le azioni dell’ultimo paragrafo?

E così abbiamo riletto, ancora ragionato e poi abbiamo trovato un “big problem” che ha convinto tutti: la gratuità della violenza.

Non è stato facile. Ma ci siamo riusciti. È suonato il campanello proprio quando ci stavamo chiedendo come si rapportano al tema i personaggi.

Non volevano smettere di scrivere le loro idee.

F. si è alzato per venire di persona a sottopormi il suo lavoro. G. e G ne parlavano ancora anche dopo.

Tutto questo nella mia prima B meccanici, che legge racconti , si fa domande e trova risposte.

Grazie, ragazzi, palombari non surfisti, come ci insegna Loretta.

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Numeri

«Agli adulti piacciono i numeri. Quando raccontate loro di un nuovo amico, non vi chiedono mai le cose importanti. Non vi dicono: “Com’è il suono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?” Le loro domande sono: “Quanti anni ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?” Solo allora pensano di conoscerlo».

Così diceva il piccolo principe.

È vero a noi adulti della scuola sembra che i numeri piacciano molto.

A me no, invece. Specie in questo periodo di scrutini. Più lavoro e più mi rendo conto che il numero non rende giustizia a nessuno: né a me che lavoro tanto, né a loro che lo subiscono.

Non vorrei mettere numeri, ma parole. Vorrei dire a me e dire agli altri: Luigi sa fare questo, ma non ancora al suo meglio. Potrebbe percorrere questa strada, gliela indico. Andrea è invece sulla strada giusta, ha chiaro il suo percorso, è tenace e non aspetta che io gli dica che fare, fa.

Vorrei evitare di premiare chi è già bravo( non per merito mio) con il solito 8 e scavare così un solco profondo e invalicabile tra lui e chi ( non per colpa sua) ancora arranca, fatica, si perde.

I numeri sono lapidi che i ragazzi si portano addosso. Che scavano a volte nell’anima, che bruciano gli ultimi residui di auto stima. “Non so niente dicono “mi dia due.” Ancora prima che tu parli si danno il voto da soli. Si mettono un’etichetta che noi abbiamo creato per loro.

Non importa se tuo padre e tua madre sono morti da pochi mesi, se vivi in comunità, se hai un padre in galera, se tua sorella è scappata di casa, se sei solo un po’ depresso e vedi tutto buio.

Io ti devo dare un numero per forza. Fare una media. Fra cosa?

Fra il tuo dolore, la tua paura, la tua ansia e il mio pretendere che tu sappia? Che mi restituisca intatta la mia cultura elargita come un’ elemosina.

Io cerco sempre di valutare performance e non persone. Distinguo bene le due cose. Ben sapendo però che dietro ogni performance, ogni azione, ogni verifica c’è tutto un mondo che io non conosco. Che l’apprendimento passa sempre e solo dalla relazione. Quella forse dovrei valutare con un voto. Un voto alla fine a me, a come ho saputo dare a ciascuno il suo, a come ho saputo costruire percorsi di senso per ognuno.

Valutare vuol dire dare valore. A scuola no, però. Quasi sempre è spauracchio, è arma, è ricatto, è punizione. Il voto indica un buco, una ferita ma non cura, non costruisce.

Una volta mio figlio prese 1 di una verifica di francese. Mi disse: adesso devo prendere 11? Se no come recupero? E rideva e io ho riso con lui.

11 un bel voto che vorrei dare a tutti i miei studenti. Il voto di quelli che fanno al massimo quello che possono.

“Se non sa questo come fa ad andare avanti? Come fanno a non sapere quell’altro? ” E tutto questo lo dico con una etichetta , un numero il più delle volte risultato da altri numeri dove le virgole nel primo quadrimestre si arrotondano per difetto, caso mai per eccesso nel secondo.

Io non faccio verifiche. Li verifico tutti i giorni, o mai se volete. Li osservo in un processo e poi , costretta, cerco di dare valore ai loro prodotti.

E non giudico, casomai guardo. Annoto e rifletto.

Il maestro Manzi scriveva sulla pagella “Fa quello che può, quello che non può non fa”.

Io vorrei poter fare come lui.

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Process Paper

Il miracolo del processo metacognitivo mi affascina. È una proposta didattica così potente quella del Process Paper che ha funzionato miracolosamente anche nella mia prima meccanici. Non esattamente la classe che tutti vorrebbero.

Cosa è? Lo sa bene la mia collega e amica Loretta che ci ha lavorato tanto. Si tratta in pratica di scrivere una sorta di biografia del tuo pezzo, riflettendo sul come è nato, come lo hai strutturato e perché in quel modo e non in un altro.

Tutto questo implica da parte degli studenti un profondo atto di consapevolezza come autori e come scrittori. Implica il voler rischiare qualcosa di sé. Implica il mettersi in gioco e dire alla tua prof :” Guardi, io ho ragionato e pensato così. Che ne dice?”.

Sono molto contenta di come i miei studenti hanno affrontato questo impegno. Prima la poesia partendo dalla nostra cassetta degli attrezzi e dai territori di scrittura. Poi il PP.

Ci abbiamo messo tempo, per riflettere, costruire, discutere, usare mentor text. Non è stato facile diventare una comunità di scrittori, nella mia prima sgangherata, problematica e multietnica. Ma nelle ultime settimane i ragazzi hanno scoperto da soli le conferenze tra pari, hanno fatto i critici di loro stessi e dei compagni con un impegno e un orgoglio mai visti. Sono diventati un gruppo di studenti che scrive e si scambia feedback sul processo usato.

Quando oggi, a lavori conclusi, ho letto le biografie dei testi e le loro poesie mi sono commossa.

Ha scritto K. che a settembre non parlava né scriveva italiano, una poesia “Il futuro meccanico”.

Ha scritto S. dalla Nigeria prima in inglese e poi in italiano.

Ha scritto G.,recuperato alla scuola per un pelo, una poesia che finisce

“…sogno in questo momento

che il tempo si fermi

per aspettarmi “.

Ha scritto P. nel suo PP :”La parte più difficile del processo di scrittura è stato il titolo perché volevo farlo in base al testo e non generico…alla fine ho pensato –Il biscotto che scelsi- perché mi sono ispirato alla poesia di Robert Frost La strada che non presi.”

Ha scritto V. “La poesia è fatta con personificazioni e similitudini. Ho usato versi liberi e ho cercato di isolare due parole( fiducia e uniti) per metterle in risalto, per far sì che il lettore capisca che ero molto unito con i miei ex compagni e che dopo la bocciatura la fiducia che avevo dai miei genitori è andata persa”.

Ha scritto D. nel PP:” Ho preso l’idea di questa poesia dalla poetessa polacca Wislava Szymborska “Ogni caso”” .

Ha scritto G. una poesia che vi copio perché l’ho amata dal titolo “Caldo e Boia”

D’estate

mi sento un pesce.

Mi diverte esplorare

le acque

alla ricerca

di qualcosa,

qualcosa di diverso.

Lì posso fare

quello che voglio.

Lì sono io che decido

che fare

chi essere

che cosa diventare.

Fuori invece

fa solo

Caldo boia

Ha scritto Abel la poesia che ora vi lascio come regalo finale

Terra

Etiopia

la mia terra

calda e fredda

come i suoi abitanti.

Il giorno silenzioso

La notte chiassosa.

Le persone sono vicine

Come le pecore dove c’è l’erba

Con un grande cuore

per strada

sento

gusto di “ingera”

Un odore forte di pollo

gusto piccante

di peperoncino.

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Conferences

Si chiamano consulenze.

In pratica sono quelle che il docente ( io) faccio nelle sedute del laboratorio di scrittura.

Aggirandomi fra i banchi nel ( quasi) silenzio del mio istituto professionale noto e annoto. Mi avvicino, sfioro spalle, guardo occhi, domando e ascolto. Difficile resistere a quelli che ti chiamano sempre. Devo curare tutti, anche i timidi.

Oggi ho provato a dare risposte a problemi diversi.

Ho costruito prima sulla lavagna la cassetta degli attrezzi del poeta ( tutte ML già svolte). Siamo meccanici, in fondo.

Poi ho ragionato con uno studente che “non riesce a scrivere” , uno che ha scritto tre poesie diverse ma ricomincia sempre da capo, uno che sta facendo un grandissimo lavoro di revisione, puntuale e accurato.

Al primo ho consigliato di rivedere di nuovo tutti gli attivatori e provare a fare un film nella testa di quello che vede e vuole trasmettere con la sua poesia. Lavora sul tema e sulla focalizzazione.

Ad A. che butta giù testi ma non è mai contento ho detto chiaramente che la poesia precedente era centrata e che poteva lavorare su quella. Poi mi ha fatto leggere lo schema “Semi non cocomeri” sull’Etiopia, il suo paese. E ho convenuto che pure lì c’era materiale bellissimo.

Con P. che non sapeva decidersi ho adottato il sistema di leggere la sua composizione nello share time. Un gran silenzio e sull’ultimo verso “ Qui non si capisce. Che vuoi dire?”

P. conferma di avere ancora qualcosa da limare e di voler cambiare metafora. Occhiali del lettore, si chiamano.

Mentre questo succede G. spontaneamente si alza e gira tra i banchi. “Do qualche consiglio prof. Io ho finito” Ha inventato da solo la consulenza tra pari. Nemmeno l’avevo ancora introdotta.

Ecco. Il mio giorno da IWT è finito.

Non tanto prodotto, ma

molto percorso.

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Comunità di lettori in prima b.

Non perdo facilmente le speranze.

E quest’anno ho imparato un’altra fondamentale lezione: non si combattono battaglie perse.

Io voglio vincere, quindi combatto dove so che posso portare a casa un risultato.

Il WRW mi ha insegnato questo: la perseveranza, la flessibilità, la programmazione.

Nella 1B meccanici quest’anno ho capito subito che non avrei potuto cominciare con il lavorare come al solito sulla lettura individuale. Non c’erano e non ci sono tuttora le condizioni necessarie. Avrei perso. Ma io posso, peró, costruirle e cambiare quelle condizioni. Portare la classe piano piano a quel livello di approccio con l’oggetto libro che ci salva dal solito: “Che schifo!”

Quindi ho usato albi illustrati e il Selvaggio di Almond è arrivato per terzo. È già più complesso. Tanto testo e tante immagini. Un intreccio potente. Tutto quello che serve per iniziare a trovarsi nel mondo di carta.

Ho speso alcune ML sulle caratteristiche del plot e dei personaggi. Ma l’approccio iniziale è stato libero : non troppo impostato perchè avevo paura che il libro perdesse di efficacia. Abbiamo cercato di costruire la nostra piccola comunità di lettori critici. Piccola ma produttiva.

All’inizio le Grafiti Boards. Libere annotazioni di parole, idee e simboli per entrare nel libro. Un lavoro di gruppo che ha subito messo in luce le caratteristiche della narrazione.

In seguito mentre si delineava la trama e la storia prendeva forma abbiamo lavorato sulla tabella DIC ( domande, impressioni connessioni) e sulla evoluzione dei personaggi.

Questa parte è stata difficile. I miei studenti non hanno dimestichezza con le storie ma, a poco a poco, un mondo ha preso vita nei loro cuori.

Ogni giorno la domanda: leggiamo?

E così la strada si costruiva e la via si spianava.

Non ci farà mica leggere un libro? Dicevano. E intanto l’hanno letto in profondità con me.

Oggi ultimi due capitoli. Prima le previsioni sull’esito e poi nel silenzio totale la mia lettura.

Il finale non ha sorpreso perché in parte erano già dentro alla storia e avevano capito. Ma tutti hanno fatto una lunga chiacchierata con me e fra loro.

Conclusioni.

La comunità di lettori ha dialogato e mediato il significato del testo letto restituendone uno proprio, espresso con le sue parole. Credo ne verrà fuori un lap book collettivo o qualcosa di simile. Io ho fatto solo da moderatore e a volte ho ispirato qualche pensiero.

Vederli discutere e scrivere sul leggere è stata una soddisfazione. Nell’intervallo confrontavano le interpretazioni ed hanno fermato il prof. di sostegno per raccontargli la fine. Anche lui fa parte della comunità e doveva essere tenuto al corrente. Questi ragazzi spesso disprezzati da altri colleghi, ripetenti, svogliati, problematici si sono appassionati ad una storia. L’hanno vissuta con me e io con loro. Hanno parlato di Blue e Hopper come di persone vere, di loro.

Vedremo se il passaggio al testo scritto senza figure sarà possibile e proficuo.

Una cosa è sicura: per ora ho vinto io. Uno a zero.

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