La classe come comunità di pratica

Una comunità di pratica, come scrive Wenger, si presenta così

  •   si fa forza di un impegno reciproco tra i membri che si sentono legati da una comune identità e da rapporti di fiducia, intrattengono relazioni e lavorano insieme, in modi sempre diversi, per il mantenimento della comunità stessa
  • tende alla realizzazione di una intrapresa comune, ovvero una responsabilità condivisa dei problemi e delle prospettive e una negoziazione delle attività tra i membri
  • punta alla  presenza di un repertorio condiviso fatto di artefatti, strumenti, routine, storie, linguaggi, azioni, credenze e valori che rappresentano la memoria storica della comunità.  (cfr V. Meli La scuola come comunità di pratica)

Mi interessa, in questi giorni, l’idea della scuola  come comunità professionale che emerge con forza dalle nuove Indicazioni per il curricolo. Sento l’esigenza, come molti altri, di avere spazi, tempi e modi per riflettere su questa importante sfida e su come metterla in piedi nel nostro paese.

Nel mio quotidiano per ora cerco di applicare la stessa teoria alla mia classe: punto alla fiducia e all’impegno reciproco, cerco di costruirli con un fare condiviso e pieno di senso, cerco la creazione del nostro repertorio comune fatto di piccoli riti, linguaggio, azioni di tutti e di ciacuno.

Io comincio da qui. E nel farlo mi accorgo che anche il navigare a vista nel mio corso Ltis13 è già di per se stesso un costruire una comunità di pratica. Virtuale, ma neanche troppo.

 

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About sabinaminuto

Insegno lettere nella scuola secondaria di II grado.
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5 Responses to La classe come comunità di pratica

  1. luciab says:

    Bella questa definizione di “comunità di pratica”. Però secondo me funziona solo fra pari. Nonostante le ottime intenzioni, infatti, in classe bisogna riconoscere con onestà intellettuale che il rapporto fra studenti e docenti è sempre un rapporto di potere, perché alla fine è il docente che valuta lo studente – e lo studente ne è ben consapevole.
    Se non prendiamo piena consapevolezza di questo dato di fatto, non possiamo neppure cominciare a parlare di valutazione, secondo me.

  2. sabinami says:

    Ho ben chiaro cosa sia la valutazione e lo sanno bene anche i miei studenti. Non cerco certo di essere una loro pari, anzi io stabilisco sempre prima le distanze e le misure. Detto ciò per me creare un ambiente di apprendimento che vada al di là della didattica trasmissiva e della mera attività disciplinare è fondamentale nella scuola di una società complessa. Non si impara nulla senza motivazione e senza sentirsi parte di un progetto comune da tutti condiviso anche nel piccolo ambiente di una classe. L’insegnante è un facilitatore dell’apprendimento e non solo un misuratore o un somministratore . Io credo nella didattica dei compiti autentici e nella didattica delle competenze e cerco di restituirne a ciascuno una piccola parte nella costruzione condivisa
    del sapere. In questo senso per me la classe è una comunità di pratica, dove anche gli sbagli hanno una loro parte di significato, nella logica metodologica dell’insegnare per problemi e non per regole.
    Sono d’accordo con te che la valutazione sia uno dei problemi rilevanti della scuola di oggi ma non bisogna confonderla con l’ambiente di apprendimento e la concezione costruttivista del sapere.
    Ciao

    • luciab says:

      Condivido completamente ciò che dici, che rispecchia anche il mio modo di agire. Tuttavia forse il mio diverso sentire dipende dal fatto che io lavoro con ragazzi molto più consapevoli in quanto più grandi. Ti assicuro che non si dimenticano mai che hanno di fronte il loro valutatore, per quanto io mi sforzi di condividere i miei progetti e di fare di ogni singolo errore un valore aggiunto. I ragazzi più maturi comprendono e apprezzano i miei sforzi, quelli più intelligenti sono anche i più lucidi nel giudicare la situazione. E non sempre i più intelligenti sono anche i più maturi, naturalmente. Quindi possono “sabotare” il mio sforzo comunicativo/costruttivo e, se sono leader negativi, trascinare la classe in questo senso.

      • sabinami says:

        Ti capisco perfettamente, perchè ho sperimentato sulla mia pelle di mamma l’assurdo mondo delle superiori. Ero tentata quest’anno di chiedere il trasferimento al secondo grado ma poi ho desistito. Forse ho fatto bene? Non so, oggi sono negativa e mi sono fatta un sacco di nervoso a scuola, mi piacerebbe proprio mettermi in gioco da un’altra parte. Non ti arrendere con i ragazzi: io quando sono stanca penso sempre così : l’adulto sono io, loro gli studenti, devo dimostrare io il buon senso, l’esempio, comunicare entusiasmo e desideriodi riuscire. Loro in fondo sono solo il nostro specchio.
        Ciao

      • luciab says:

        Ancora una volta… concordo! Non credo che le superiori siano più facili o difficili degli altri ordini di scuola. Sono semplicemente diverse. Certo che quando dici “l’assurdo mondo delle superiori”, hai proprio ragione. E’ un momento molto difficile sia per i ragazzi che per i docenti, alle superiori. Ma questo è un discorso che si fa meglio nel mondo “slow”, davanti ad una tazzona di tè… Molto difficile parlarne a spizzichi e bocconi nei commenti di un blog 😉
        Coraggio, siamo a fine anno scolastico… Manca poco!!!

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