Il potere della parola.

Nell’ormai  lontano 2013, alla libreria Feltrinelli di Savona è avvenuto per me qualcosa di fantastico. Fra gli scaffali, con i libri e l’odore di carta nuova stampata, i miei alunni hanno ascoltato leggere ad alta voce, da un attore, un racconto breve di Antonio Ferrara. Subito dopo, da questo racconto, hanno tratto tre parole, le prime tre che sono venute loro alla mente. E quelle parole trascritte su cartoncini colorati sono state appese ai ripiani, colmi di altre parole,  intorno a noi. Chiunque fosse entrato in quel momento in libreria avrebbe visto parole appese fluttuanti nell’aria, e, sotto, seduti per terra, ragazzi che, sul loro Ipad, in silenzio assoluto, stavano scrivendo un breve “pezzo” con modalità “quick write.” Subito dopo i pezzi sono stati letti ad alta voce e immediatamente postati sulla pagina fb creata per l’evento “Reading ad alta dispersione”.

Ecco questo è quello che a scuola le parole sono in grado di  generare. Le parole a scuola esercitano e mettono in atto un forte potere creativo che, in questo caso, parte dall’oralità e, passado dalla scrittura, ritorna alla oralità per essere poi disperso del web. Parole di voce, parole di carta, parole digitate, parole disperse e inviate nel mondo. Ma non si tratta in realtà solo di questo.

Sono insegnante di Italiano da molti anni ormai e so bene quanto e quale potere abbiano le parole e le narrazioni ad esse collegate. Il potere di guarire ma anche di far male, il potere di sedurre , il potere di ingabbiare , il potere di proteggere e quello di dare vita ad un mondo, dare un nome alle cose e renderle riconoscibili.

Nel suo recente e approfondito libro Michele Cometa afferma che “Il comportamento narrativo ha di fatto dato forma e fortemente condizionato lo sviluppo delle capacità cognitive dell’Homo Sapiens” e  che” dunque studiare la narrazione significa avere accesso al funzionamento e alla struttura della mente umana e con essa anche della conoscenza del sé” (cfr. Michele cometa “Perché le storie ci aiutano a vivere”, Cortina , 2017). Se partiamo, anche solo superficialmente, da questo assunto di base molte considerazioni si aprono davanti a noi. Nella metodologia del  Writing Workshop che io ormai seguo da anni tutto questo non solo è ben chiaro, ma anche schematizzato e ricondotto in una cornice pedagogica molto precisa. Le parole costruiscono le storie; le storie, a loro volta, dette, lette o scritte sono quello che ci permette di sopravvivere e di qualificarci come esseri viventi, come uomini e donne, scolari e professori.

Jerome Bruner ha scritto che: ” Il talento narrativo contraddistingue il genere umano tanto quanto la posizione eretta o il pollice opponibile…Nessuno di noi conosce la precisa storia evolutiva della sua origine e sopravvivenza. Ma quel che sappiamo di certo è che questo talento è irresistibile, in quanto mezzo per comprendere l’interazione tra gli uomini.” Nella mia ora di lezione il potere che le parole mettono in atto è esattamente ciò: intessono relazioni tra esseri viventi. Il mio lavoro è, a ben vedere, solo questo: da un lato fornire strumenti perché ciascuno possa provare l’ebbrezza di creare mondi con le proprie parole, dall’altro fornire altri strumenti perché ciascuno possa trovare quel potere fascinatorio e insostituibile anche nelle parole lette e scritte da altri.

Io dico sempre che a scuola faccio teatro. E’ vero. Intendo che metto in scena delle azioni deliberatamente prevedibili  in cui poi l’imprevedibile può avere luogo. In questo mettere in scena, il potere che emana la mia parola è evidentissimo. Proprio ieri mi è capitato, durante una lezione, di raccontare il mio incontro con un ghepardo cucciolo: in una classe davvero complessa e molto difficile da gestire di prima professionale è calato ( per pochi minuti) il silenzio.  Cosa succede in pratica? Se io mi metto in gioco, in prima persona, ho il potere con la mia parola narrativa di creare attenzione e pathos. Ho quindi un potere enorme e me ne rendo conto. Gestisco attimi di vita che magari cambieranno per sempre l’incontro con la realtà scolastica dei miei studenti. Nella metodologia che seguo, infatti, aprirsi all’altro, e mettersi al pari dei ragazzi scrivendo “pezzi” con loro, è molto importante. Vuol dire dare la prova vivente che la mia parola viene spesa anche per loro, che io ne uso le forme per comunicare a loro e insieme a loro. Nella parte di laboratorio chiamata share time ( ultimi 5 minuti) si condivide sempre ciò che abbiamo scritto. Chi vuole occupa la sedia dello scrittore ( dimostrazione materiale  che la parola ti consegna un potere) e legge ad alta voce un suo pezzo o un parte di esso. Dalla condivisione nasce il potere di affidare la parola agli altri che possono, a loro volta, renderla propria e poi restituirla in altro modo, in altre situazioni. Nascono i feedback sulla scrittura che aiutano a rivederci come autori e ad attivare un processo di metacognizione.

In classe io leggo sempre un libro, scelto insieme, ad alta voce. Non importa se non tutti seguono. Aidan Chambers  nel suo saggio “ The reading circle” ci suggerisce che esistono tre stati d’animo adulti per accostarsi alla lettura : leggere per il proprio passato familiare, leggere per il presente, leggere per il futuro possibile. Ecco io cerco di attivare almeno uno di questi  stati d’animo per condurre i ragazzi alla scoperta del loro essere lettore. “Gli studi sul funzionamento della psiche” dice sempre Chambers ”hanno dimostrato come sia impossibile leggere una qualunque cosa, senza sperimentare una qualche forma di reazione”. Ecco il potere della parola letta.  Sempre seguendo l’autore, quindi, a cambiarci come persone non sono le storie vissute ma le storie che noi ci raccontiamo intorno ad esse. E le storie di noi che ricreiamo attraverso quelle degli altri. Ecco perché il potere della parola letta e scritta è fondamentale così come lo è fornire ai ragazzi ampie e varie opportunità di sperimentare l’incontro con entrambe. Nulla come la parola costruisce il reale e ci fa entrare a far parte di esso.

Io sento forte questa responsabilità nelle mie classi e tutto ciò che faccio come docente in fondo, non è altro che lavorare sempre sulla parola. La maggior parte di noi non riesce a dare un senso  o un ordine alla sua vita o alle sue esperienze finché non ha tradotto questa in scrittura personale o la ha ritrovata nelle parole scritte da altri. Tutti abbiamo sperimentato come scrivendo spesso le idee si chiariscono e come mentre l’inchiostro dà forma alle lettere sul foglio, subito altre parole nascono nella nostra mente e ci si aprono davanti mondi diversi e altre prospettive. Tutti i lettori forti hanno sperimentato la meravigliosa sensazione di cadere dentro alle pagine lette e di navigare fra le lettere scritte quasi come se esse fossero state scritte per noi.

In questo senso davvero possiamo affermare che le parole sono potenti, creano e motivano il nostro comportamento, hanno infine un potere “magico”

Perchè io dovrei o potrei negare a tutti i miei studenti, anche solo per poco, di poter sperimentare questa meraviglia? Esistono studi svolti in California che dimostrano che a cinque anni bambini cresciuti in un ambiente linguistico povero hanno ascoltato 32 milioni di parole in meno rispetto a bambini del ceto medio. Ma il concetto di word poverty va oltre: in un’altra ricerca emerge che  i bambini di tre anni cresciuti in contesto di povertà linguistica usano meno della metà delle parole già impiegate dai loro coetanei più fortunati. ( cfr Marianne Wolf “Proust e il calamaro. Storia e scienza del pensiero che legge” 2009). Io mi trovo a lavorare in un contesto scolastico dove i miei studenti sono quasi tutti provenienti da ambienti simili e da storie di vita pesanti e difficili. Già alla loro giovane età hanno vissuto esperienze che spesso nessuno di noi (mi auguro) vivrà mai nella sua  vita. Allora lì, in quel mio essere docente, la parola e il suo potere prendono un senso davvero forte. Devo per forza fare i conti con quel potere, gestirlo, organizzarlo, restituirlo. Se i ragazzi scrivono di loro in una poesia o ritrovano qualcosa di loro in un testo per me è una grande vittoria. Sono sicura che il mio sarà stato un lavoro in qualche modo utile. Il potere della parola restituisce un senso alto e profondo al mio lavoro.

La cultura vera, quella che ancora non ha posseduto nessun uomo, è fatta di due cose: appartenere alla massa e possedere la parola.” E’ una citazione di Don Lorenzo Milani imparata da mia madre che cerco di non dimenticare.

Eccolo in carne ed ossa il potere della parola tramandata dal passato, potere delle parola che si fa vita oggi, il potere di quelle parole che, nella mia ora di lezione, appendiamo ai muri sui cartoncini colorati. A volte cadono, i cartoncini,  e gli studenti ci rimangono male . Come gli haiku appesi per la giornata mondiale della poesia a dei fili di lana tesi tra le pareti dell’aula. La bidella puntualmente li toglieva e loro li raccoglievano e riappendevano Un gesto rituale delle nostre mattinate, perché la parola è anche questo: sa essere così potente che ragazzi di 17 anni la raccolgono e la preservano dall’incuria degli altri.

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About sabinaminuto

Insegno lettere nella scuola secondaria di II grado, a Savona, a metà strada tra il mare e le montagne. Collaboro con il gruppo IWT, per cui sono anche formatrice. Mi interesso di teatro sociale con T21. Viaggio. Scrivo.
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